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Berlusconi è ‘unfit’ a guidare l’Italia, ma il PD è peggio

– E’ rinato dalle sue ceneri, come la Fenice, una volta ancora. Ha saputo fiutare la domanda di dieci milioni di elettori ed intercettarla, elaborare un piano di lungo periodo e attendere il momento più opportuno per agire. Come un campione di scacchi, in quei momenti in cui il tracollo sembrava ormai imminente stava in realtà escogitando le prossime mosse per fare scacco. Ha sbaragliato la concorrenza di rivali vecchi e nuovi, gli stessi che in alcuni momenti sembravano in procinto di porre fine al suo regno. Ha ridimensionato i sopravvalutati idoli mediatici della sinistra, ruggendo come un leone in casa del nemico.

La sua gioia più grande – probabilmente – è vedere il suo ruolo riconosciuto da chi ha fatto dell’opposizione alla sua persona il proprio core business. “Il vero vincitore di questa partita è lui”, e se ad ammetterlo è Nichi Vendola vuol dire che stavolta negarlo finirebbe per essere controproducente.

E’ finalmente caduto ogni alibi dei suoi oppositori: le TV, i giornali, l’effetto ipnotico sull’elettorato, le promesse alla pancia. Non vi sono più scuse che reggano: stavolta ha inequivocabilmente vinto per intelligenza tattica, ancor prima che per la manifesta inferiorità dei suoi oppositori. Piuttosto che sferrare attacchi diretti, ha preferito sfiancare l’avversario come faceva Mohammed Alì, fino a costringerlo alle corde.

Ha saputo dimostrare che l’unico impedimento alla governabilità del paese e all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è stato il PD. Ha sacrificato qualsiasi richiesta personale – politica o giudiziaria che sia – pur di mostrarsi all’elettorato nella nuova veste di campione delle aperture, del dialogo democratico e del fair play istituzionale. Ha influenzato in modo determinante la scelta del nuovo Capo dello Stato, erigendosi come un argine contro quei nomi indigesti alla stragrande maggioranza degli italiani, espressione di una sola forza politica che sperava di ricompattarsi attorno ai propri padri nobili e che è finita per contare più di cento franchi tiratori al proprio interno.

Non è mai stato d’intralcio, non ha mai proposto soluzioni improbabili, avventate o che sembrassero avvantaggiarlo in qualche modo. Quel che più conta, ha sbugiardato una volta per tutte la presunta ed illusoria superiorità morale di una fazione politica che dalle vicende in corso ne esce decimata, priva di leadership e con la coda tra le gambe. Ha ribadito con forza che in democrazia non esistono presentabili ed impresentabili, ma capaci ed incapaci elettoralmente – nell’accezione più materiale e realista del termine – e che, semmai, è l’elettore a dover operare tali distinzioni perché –  proprio come il cliente – è sempre lui ad avere ragione.

Infine, ha indotto per la prima volta in un paese non sovietico la sinistra a spaccarsi sulla scelta per il Colle tra un comunista ed un altro comunista, a sottolineare il livello di fanatismo, irresponsabilità e distacco dalla realtà sociale ed economica del paese.

Con questo vorremmo forse dire che lui è migliore o che sia la persona più adatta a guidare l’Italia? No, non lo è. Non lo era un anno fa e – a maggior ragione – lo è men che meno oggi. E’ solo incredibilmente abile ad intuire il corso degli eventi, il modo di interloquire con le masse, la strategia con cui sussurrare parole d’amore nelle orecchie dell’italiano medio.

L’Italia non è e non è mai stato un paese di sinistra. Di questo sentimento diffuso Silvio Berlusconi ha saputo farsi interprete e leader. C’è una ragione ben fondata alla base dell’enorme consenso intorno al suo anticomunismo retorico e caricaturale: quel cambio di casacca improvviso dopo Mani Pulite, quel millantare una conversione convinta e sincera nottetempo alla democrazia e al riformismo, gli italiani non l’hanno mai bevuta. Il disfacimento del Partito Democratico – con le sue gerarchie ed il suo centralismo – è lì a dimostrare che quella presunta conversione, in verità, non è mai avvenuta.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

7 Responses to “Berlusconi è ‘unfit’ a guidare l’Italia, ma il PD è peggio”

  1. Parla come Mangi scrive:

    Certo che dire, come ha fatto berlusconi, la sinistra non può mettere un suo uomo anche a presidente sarebbe un golpe e poi che fa?? Vota un ex-pci, il vero capo del pd.
    Detto e fatto da un degno venditore di macchinette per togliere i peli ai kiwi, facendo credere che siano indispensabili.
    Comunque il prossimo sarà lui, ora con la sua vittoria, inconsapevolmente ha distrutto – da buon comico – la sua spalla a meno che non sia proprio lui a salvarli. In tal caso allora i giochi si invertiranno e come ora è caduto è stato il pd il prossimo sarà lui.
    Basta sedersi sulle rive del fiume e attendere.

  2. creonte scrive:

    beh no, i veti li ha messi eccome. poi ci sono i veti della chiesa su Rodotà…e quindi il PD ha potuto ben poco

  3. Piccolapatria scrive:

    Probabile che anche l’empio si troverà prima o poi buttato e relegato a Sant’Elena ( come Napoleone!!!) ma, per ora, è evaso senza colpo ferire dall’isola d’Elba dov’era confinato quale “impresentabile” e sta veleggiando col vento a favore, finchè dura… Gli altri che si sono sempre autodefiniti i migliori ma sanno solo “non vincere”, ditemi voi, se hanno una sola qualità adatta per governare,con buona pace della sordastra e irriducibile Bindi.

  4. elenasofia scrive:

    Dalla’articolo:”Di questo sentimento diffuso Silvio Berlusconi ha saputo farsi interprete e leader. C’è una ragione ben fondata alla base dell’enorme consenso intorno al suo anticomunismo retorico e caricaturale: quel cambio di casacca improvviso dopo Mani Pulite, quel millantare una conversione convinta e sincera nottetempo alla democrazia e al riformismo, gli italiani non l’hanno mai bevuta. Il disfacimento del Partito Democratico – con le sue gerarchie ed il suo centralismo – è lì a dimostrare che quella presunta conversione, in verità, non è mai avvenuta.”

    Come può definire retorico e caricaturale un anticomunismo profondamente sentito dalla maggioranza degl italiani, tanto più che lei stesso ammette che i comunisti non si sono mai veramente convertiti?

  5. creonte scrive:

    neppure il cdx si è mai convertito alla liberaldmocrazia; basa la sua politica etica sullle telefonate del vaticano e quella delle rifoerme sulle telefonate alla lega

  6. Daniele Venanzi scrive:

    Cara elenasofia, se c’è un anticomunista incallito quello sono io. Non si discuteva la sostanza dell’anticomunismo berlusconiano, ma la sua forma spesso caricaturale. Insomma, come direbbe Silvio stesso, lui ha fatto dell’anticomunismo il suo core business politico. Nella sostanza, però, non mi sento di dar torto al Cav sul fatto che siano rimasti ieri come oggi i solito comunisti. Mi sembrava che fosse esplicato chiaramente nell’articolo. Grazie per il contributo

  7. elenasofia scrive:

    Se non le rubo troppo tempo, gradirei che mi spiegasse che cosa intende per anticomunismo caricaturale. Grazie.

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