L’elezione diretta del Presidente della Repubblica per restituire democraticità e solidità alle istituzioni

di PIERCAMILLO FALASCA – L’elezione del Capo dello Stato da parte di un Parlamento i cui membri sono eletti con le liste bloccate compilate dalle segreterie dei partiti (o risultanti da parzialissime consultazioni fisiche o virtuali) ha un tasso di legittimità molto basso, ulteriormente indebolito dalle mutate aspettative dell’opinione pubblica rispetto ad una istituzione – il Presidente della Repubblica – che negli anni ha profondamente mutato pelle. Il rapporto tra Quirinale e cittadini è oggi molto meno mediato dal Parlamento e dal Governo di quanto fosse in passato, e questa è la conseguenza di molti fattori concomitanti: tra questi, la personalizzazione della politica, l’evoluzione tecnologica del nostro sistema di informazione e comunicazione e l’inesorabile crollo della rappresentatività dei partiti e delle istituzioni democratiche. A fronte di queste disintermediazione crescente, è salita di pari passo l’insoddisfazione popolare per un rito che serve egregiamente per l’elezione del Papa, che si sarebbe accettato per il “notaio” della Repubblica (se questo fosse l’inquilino del Colle), ma non per il primo cittadino d’Italia.

Giorgio Napolitano è stato interprete, non artefice, di un processo di consolidamento del potere e del protagonismo del Quirinale nella dinamica politica che è iniziato ben prima di lui. Nel suo settennato, peraltro, lo “spread” tra la solidità della sua funzione e la debolezza della politica ha raggiunto i livelli più marcati: le scelte che l’ex ministro degli Esteri del PCI ha compiuto possono essere contestate (dalla nomina di Mario Monti a senatore a vita, come fatto propedeutico alla sua indicazione a capo di un governo tecnico, fino alla nomina dei “saggi”, passando attraverso l’uso innovativo del meccanismo delle consultazioni), ma è innegabile che il suo ruolo di “supplenza” sia stato cruciale, insostituibile. Tuttavia, quando il funzionamento o la sopravvivenza di un intero regime istituzionale finisce per dipendere dalle scelte discrezionali, dal buon senso e dall’amor patrio di una sola persona, e non come dovrebbe essere da un assetto di regole impersonali e stabili, questo regime istituzionale è gravemente compromesso.

Dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, una politica responsabile dovrebbe porsi seriamente il problema del superamento della Costituzione primorepubblicana e delle sue modifiche sostanziali secondorepubblicane, anzitutto riformando il meccanismo di elezione del Capo dello Stato e, a cascata, l’intera forma di governo. Sistemi istituzionali deboli come quelli che stiamo sperimentando in questi tempi bui potrebbero essere prodromici per svolte anti-democratiche, demagogiche ed autoritarie (c’è un tizio fuori dal Parlamento che grida “Siete circondati, arrendetevi”). Per tutelare la democrazia occorrono istituzioni forti e credibili, come può esserlo un Capo dello Stato eletto direttamente dal popolo. Il mix infernale tra gli accordi partitocratici e i condizionamenti di quanti, riuniti in una piazza, gridano “Barabba” può essere superato solo iniettando con una massiccia dose di legittimità democratica.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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