Marini o non Marini. Comunque vada per il Pd sarà un insuccesso

di CARMELO PALMA – Nella storia della sinistra italiana qualunque obiettivo di unità (interna o, per così dire, esterna) ha pagato il prezzo di una divisione e spesso di una scissione. La “democratizzazione” del PCI è sgusciata di partito in partito – PDS, DS, poi PD –  fino alla fusione con quel che rimaneva della sinistra DC e ha perso per strada molti pezzi, da Rifondazione Comunista, fino a SeL. Nella classe dirigente del Pd i “nativi democratici” sono ancora pochissimi e Renzi è certamente tra questi, ma anch’essi sembrano attenersi al solito copione. L’appello all’unità prelude sempre a una sanguinosa rottura. E nella zuffa non è raro che i contendenti finiscano per difendere con le unghie e coi denti la posizione opposta a quella da cui erano partiti.

Fino a pochi giorni fa, Renzi e Bersani recitavano parti rovesciate in commedia. Bersani inseguiva il sogno di una rivincita a sinistra (con Grillo) e sbarrava la porta del possibile accordo con Berlusconi, prima sul Governo e poi sul Quirinale. Renzi chiedeva al segretario di far pace con il risultato elettorale e con l’Italia berlusconiana, di dismettere la vanità di una assai precaria autosufficienza e di sedersi al tavolo col Caimano. Bersani ci ha messo più di un mese a prendere atto che Grillo avrebbe continuato a giocare al gatto col topo e si è così rassegnato all’unica alternativa al voto anticipato, un accordo col Cav. Allora Renzi si è spostato con Vendola sul fronte della protesta. No all’inciucio su Marini, sì a Prodi, e pure a Rodotà. A chiunque soprattutto non piaccia o dispiaccia a Berlusconi, per sbarrare il passo a quell’accordo largo, a cui si legano inevitabilmente le sorti della legislatura. I toni volutamente offensivi e irridenti che Renzi ha scelto nei confronti dei “non quirinabili” Marini e Finocchiaro lasceranno profondissime tracce. Il “facilismo” antipolitico e la retorica giovanilista rendono bene, ma alla lunga costano anche.

La strategia di Renzi non sembra coerente e in realtà neppure efficiente. Se il suo l’obiettivo fosse quello di far saltare il tavolo e di precipitare l’Italia al voto ben difficilmente a quel punto il Pd sarebbe disposto ad incoronarlo candidato premier. Anche l’unità intorno a Renzi – magari consacrata dalle primarie – comporterebbe nuove rotture. Ma quale sia la strategia di Renzi o quali ne siano i moventi politici e psicologici è oggi secondario rispetto all’effetto “nucleare” della sua gestione spavalda del dossier Quirinale. Se a Bersani va bene – e non è affatto detto – al Quirinale Marini andrà con i voti del PdL, nonostante le defezioni del Pd. Se a Bersani va male, Marini non andrà al Quirinale a causa delle spaccature del Pd.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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