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L’illusione di essere vincenti. Nel PDL ancora né dibattito né autocritica

– La grande manifestazione del PDL di Bari ci restituisce le immagini di un partito monolitico dietro ad un leader carismatico indiscusso. Silvio Berlusconi si è spinto ad annunciare una sua nuova candidatura a Palazzo Chigi in caso di elezioni – sarebbe la settima volta che corre da leader della coalizione di centro-destra. Sembra ormai archiviata non solo la prospettiva delle primarie, che solo pochi mesi fa apparivano un passaggio fondamentale ed ineludibile per il Popolo della Libertà, ma la stessa questione della successione. Se, numeri alla mano, PDL e PD sono andati entrambi incontro ad un rovescio elettorale, il clima nei due partiti non potrebbe essere più diverso.

Nei fatti, mentre nel Partito Democratico, dal giorno dopo il voto, è cominciato un dibattito aperto e duro sulle ragioni del cattivo risultato, il centro-destra pare aver ritrovato un assoluto unanimismo e non c’è più una Meloni, non c’è più un Crosetto, non c’è più un Cattaneo che ponga il problema del rinnovamento e del ricambio. Il messaggio che passa è quello di un Cavaliere che ha “pareggiato” le elezioni, vincendo alla grande, anche in questa occasione, la campagna elettorale. Soprattutto vi è la fondamentale convinzione che solo Silvio poteva conseguire un simile risultato e che qualsiasi diversa leadership avrebbe condotto ad un esito inferiore. In questo contesto è al tempo stesso futile e sconveniente porre il problema di un ricambio alla guida del partito – perché Berlusconi è ancora l’unico leader possibile.

Quello che nel centro-destra non si capisce, tuttavia, è che il fatto che non esistono alternative di successo a Berlusconi è una misura non del successo, bensì proprio del fallimento dell’esperienza berlusconiana, in quanto testimonia il fatto che in venti anni non si è stati in grado di costruire né una classe dirigente di livello, né un humus culturale in grado di consolidare il consenso per una determinata visione dell’economia e della società.

Va anche detto, ad onor del vero, che le capacità taumaturgiche del candidato premier Berlusconi andrebbero relativizzate. Se ci si pensa bene, in fondo, il vero tracollo del PDL dei sondaggi non ha coinciso con le dimissioni di Berlusconi da Palazzo Chigi ed il passo avanti di Angelino Alfano, bensì con il periodo intercorso tra il sostanziale commissariamento di Alfano e lo scioglimento, a dicembre 2012, della riserva sulla ricandidatura del Cavaliere. Si è trattato in effetti, di una fase in cui il partito è stato sostanzialmente acefalo e non ha prodotto alcuna iniziativa politica, risultando oscurato sia dai riflettori sul governo Monti che dalle primarie, così mediatizzate, del PD.

Alla fine l’esito delle elezioni ha riportato il PDL su livelli di poco superiori al 20%, che poi erano quelli sui quali si attestava Alfano nei primi mesi del 2012, cioè quando veniva percepito dall’opinione pubblica come un segretario “in carica”. Comunque lo si consideri, poi, il risultato di febbraio rappresenta per il partito guida del centro-destra la perdita di un elettore su due rispetto alle elezioni di cinque anni prima – un’emorragia drammatica che solo lo smottamento parallelo del Partito Democratico ha oscurato. In questo senso come si può attribuire a Berlusconi il merito di un limitato recupero e non invece le responsabilità di avere perso per strada la maggioranza strutturale che gli aveva dato fiducia nel 2008?

Per di più, la sensazione, è che non esistono reali margini per recuperare il grosso dell’elettorato perduto, poiché ormai c’è troppa gente che non è più disposta a votare per Berlusconi e non perché sia diventata “di sinistra”, ma semplicemente perché non lo ritiene più credibile rispetto alle istanze che aveva promesso di rappresentare. In caso di nuove elezioni, Silvio Berlusconi può ragionevolmente sperare di battere di un voto un PD che si ostinasse a ricandidare Bersani – mentre sarebbe destinato ad una probabile sconfitta, nel caso in cui il PD scegliesse Renzi. Anche nella migliore delle ipotesi, però, difficilmente il Cavaliere andrebbe oltre un 30-33% di coalizione, cioè si collocherebbe drasticamente sotto all’esito non solamente delle tre elezioni vinte, ma anche delle due elezioni “perse bene” del 1996 e del 2006.

È chiaro che il bacino a cui può parlare oggi Berlusconi è troppo ridotto perché il centro-destra possa tornare ad essere maggioranza. Se l’obiettivo, quindi, non è solamente quello di sedersi al tavolo di un patto consociativo, bensì è quello di proporre un progetto a vocazione maggioritaria, il centro-destra italiano non potrà eludere a lungo la necessità di produrre quelle discontinuità che possano convincere i tanti cittadini delusi e disillusi ad una nuova apertura di credito.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “L’illusione di essere vincenti. Nel PDL ancora né dibattito né autocritica”

  1. lodovico scrive:

    Non è facile avere le idee chiare: Non le ha Monti,non le ha Bersani e forse anche Marco Faraci ha idee poco chiare. Lascio perdere le idee di Grillo e di Berlusconi che forse non hanno idee e cercano di galleggiare per non far danni. Ecco,in questa Italia dopo i FINI CASINI, per essere italiani bisogna galleggiare.

  2. elenasofia scrive:

    Non è tanto che al Pdl manchi un ricambio (Alfano secondo me è bravo) quanto che Berlusconi è troppo al disopra di tutti gli altri per chiarezza di pensiero politico-economico-sociale e capacità strategico/combattiva, che non è pensabile sostituirlo.

  3. Redazione scrive:

    Alfano è bravo, già. E’ che però è svogliato, giusto?

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