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La più grande retata italiana contro il filesharing. Peccato che sia inutile

– Tutto cominciò una mattina di 19 anni fa, precisamente l’11 maggio 1994. Con l’accusa di associazione a delinquere, contrabbando, duplicazione di software, violazione del diritto d’autore e di sistemi informatici terzi, la polizia postale e la guardia di finanza misero i sigilli a più di 200 BBS (le antenate dei moderni siti internet) della rete Fidonet italiana. Un’operazione di proporzioni colossali, passata alla storia come Italian crackdown. Da quel giorno sono passati quasi vent’anni, ma se la tecnologia sembra esserne progredita cento, il metodo tutto italiano di giudicare – senza nemmeno comprendere – i fenomeni della rete è rimasto invariato. Prima la chiusura dei server eMule, poi quell’oscuramento di Pirate Bay che anche un bambino di otto anni ha ormai imparato a bypassare con un proxy. Prima le BBS, poi i server peer 2 peer, poi i siti di torrent, ora i servizi di filesharing.

Lo scorso lunedì, infatti, il Gip di Roma ha ordinato alla polizia postale l’oscuramento di ben 27 tra i più visitati siti di streaming e filesharing, rei di aver violato i diritti d’autore di un film d’animazione francese. E’ il più grande blitz ai danni di siti di condivisione di file della storia dopo l’operazione che nel 2010 condusse la Homeland Security americana alla chiusura di altri 70. Tuttavia, l’aspetto più sconcertante di questo tipo di retate non consiste tanto nella motivazione, quanto nello scopo che si prefiggono. Giusto o sbagliato che sia – e non è questa la sede per stabilirlo – il diritto d’autore dimostra sempre più, anno dopo anno, di essere uno strumento ormai inadatto a rincorrere le mille trovate di una rete sempre più flessibile, innovativa, sfuggente. Il “crackdown” di lunedì, ad esempio, può essere facilmente aggirato cambiando i Dns, cioè con un’operazione facile tanto quanto accendere il computer.

Fatta la legge, trovato l’inganno”; o meglio, fatta la retata, trovata l’alternativa tecnologica. Di fatti, proprio come il mercato, il web è sempre in grado di ricercare e individuare la migliore tra le soluzioni possibili. Non a caso, da quando l’F.B.I ha ordinato la chiusura di Megavideo e Megaupload sono nate centinaia di siti analoghi e che spesso hanno saputo persino innovare il servizio offerto originariamente dai loro avi. Non prendere atto dell’obsolescenza degli strumenti con cui si vorrebbe impedire la violazione di massa del diritto d’autore significa non aver la benché minima comprensione del fatto che il web è sempre tre passi avanti alla legislazione, alle sentenze di tribunale e anche alla polizia postale. La sensazione, piuttosto, è che i blitz informatici di questo rango somiglino molto al proibizionismo americano degli anni ruggenti: per ogni distilleria illegale finita tra le mani dei federali, il crimine organizzato era pronto ad avviarne altre tre. Un po’ come Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, a credere nell’efficacia di questa guerra contro la condivisione di informazioni e contenuti culturali non sono rimasti in molti.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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