Emma for President. Perchè il Presidente migliore difficilmente andrà al Quirinale

di FEDERICO BRUSADELLI – “Stavolta Emma ci crede”, raccontava qualche settimana fa a un quotidiano chi la conosce bene. Ed effettivamente ci sono stati giorni, in questa estenuante e confusa maratona post-elettorale che doveva segnare la nascita della Terza Repubblica e invece non fa che descrivere mestamente la lenta agonia della Seconda, nei quali ai piani alti dell’immancabile toto-Quirinale svettava proprio il suo nome, quello della leader radicale, già vicepresidente del Senato, commissario europeo e ministro del Commercio internazionale, paladina di storiche battaglie di laicità e libertà individuale che hanno segnato l’Italia contemporanea. E non solo e non tanto nei sondaggi “popolari” (lo stesso accadeva nel 1999, quando Emma Bonino tentò la prima scalata al Colle accompagnata da un favore extrapartitico bipartisan), quanto piuttosto nei retroscena, nelle analisi con cui si provava a gettare un po’ di luce sui primi tentativi di trattativa.

Ora che Grillo sceglie di puntare su Gabanelli e Rodotà, Renzi affonda Marini e Finocchiaro, Berlusconi silura Prodi e apre ad Amato e a D’Alema, e Bersani accarezza forse la sorpresa di Sabino Cassese, la stella di Emma pare essersi offuscata, non certo nelle classifiche di gradimento ma “nel Palazzo”. Ed è un peccato, perché Bonino al Quirinale potrebbe (poteva?) essere una prima risposta convincente, ma nient’affatto demagogica o qualunquista, alla crisi della politica (e non solo).

Una donna, innanzitutto. E va bene che “Emma perché Emma e non Emma perché donna”, come spiega un simpatico e spontaneo “spot elettorale” diffuso su internet, e va bene che il femminismo quirinalizio è esercizio triste e sempre inutile, ma in un Paese che in sessantasei anni di Repubblica ha saputo esprimere solo capi di Stato e di governo che fossero maschi, e possibilmente attempati, l’essere donna è di certo un valore aggiunto.

Una garantista, il che potrebbe contribuire a risolvere il “problema Cav” senza giacobinismi né salvacondotti. Un’europeista nota a livello internazionale. Una laica, e con la Chiesa di Papa Francesco, dallo sguardo ormai rivolto più verso il mondo che verso l’altra sponda del Tevere, non pare essere più un handicap insuperabile (e infatti il tema non è stato sollevato se non marginalmente: buon segno, tra parentesi).

Soprattutto una “politica”, ma non per questo figlia della casta. Da radicale può vantare di aver combattuto per il rinnovamento delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini (i referendum), denunciando gli sprechi e le opacità della partitocrazia italiana, senza aver avuto bisogno di aspettare le profezie di Casaleggio. Ma da “donna delle istituzioni” può vantare, accanto alle capacità di protesta, una buona conoscenza dei meccanismi interni del potere, certamente maggiore di quella dell’ottima giornalista Gabanelli. Potere che, peraltro, non ha di certo inseguito a tutti i costi: basterà ricordare che, assieme ai radicali, ruppe nel 2001 con il Berlusconi triumphans, non partecipando dunque alla spartizione del ricco bottino della legislatura, e lo stesso fece nel 2012 con il Partito democratico, che allora pareva in procinto di “salvare” l’Italia e governarla per qualche decennio. Con metodi talvolta “irritanti”, ma per ragioni sempre di principio.

Ecco, forse è questo il vero punto debole di Emma Bonino, ed è questa la ragione per cui in queste ultime ore, mentre si chiudono i giochi, il suo nome pare scomparso dai radar dei retroscenisti. Stimata da molti, coerente con le sue idee e le sue battaglie, Bonino non offre però garanzie a nessuno. Difficile, molto difficile, in tempi in cui si cerca invece un capo dello Stato che dia garanzie a tutti. E pensare che per una volta la politica italiana, che cede alla vox populi sempre a sproposito, avrebbe potrebbe ascoltare i cittadini senza far danni.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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