Un mese dopo, come Francesco sta cambiando il ministero papale e l’immagine della Chiesa

È trascorso poco più di un mese dalla fumata bianca del 13 marzo scorso e la straordinaria attenzione (non solo mediatica) nei confronti di papa Francesco non accenna a diminuire. Prepotentemente entrato nel cuore dei cattolici, il pontefice ha saputo attrarsi le simpatie di non pochi laici, vuoi per l’umiltà e la profonda umanità che hanno caratterizzato le sue prime uscite pubbliche, vuoi per i chiari messaggi di attenzione ai poveri, agli emarginati e ai disagiati, vuoi per il profondo rispetto con cui si è rivolto ai giornalisti non cristiani presenti in occasione della sua prima udienza.

Archiviate le voci calunniose su presunte complicità con il regime di Videla, Bergoglio è stato capace di radunare in piazza San Pietro folle non semplici da immaginare in quest’epoca di secolarizzazione gehleniana, trovando ampi spazi e commenti positivi anche su media non tradizionalmente generosi nei confronti del papato. Se trenta giorni rappresentano un periodo sufficiente a valutare in modo chiaro il grande carisma che emerge dalla personalità di Francesco, è del tutto evidente che tale periodo di tempo è invece troppo esiguo per provare a dare un giudizio sulle modalità con cui egli intende governare la Chiesa o sul magistero in tema di fede e di costumi che caratterizzerà il suo pontificato. Eppure esistono, a saperli leggere, alcuni segni che fanno già emergere, sia pure sotto traccia, alcuni punti fermi che potrebbero caratterizzare il ministero papale negli anni a venire: proviamo dunque ad elencarli.

L’uso dei simboli. La Chiesa cattolica, come peraltro molte altre confessioni religiose, fa un largo utilizzo della comunicazione simbolica: anzi il simbolo rappresenta uno strumento comunicativo fondamentale, diretto a mettere insieme (syn-ballo) la realtà terrena e quella celeste, e ad opporsi al potere del diavolo (dia-ballo) che divide e crea discordia attraverso la calunnia. La comunicazione simbolica di Bergoglio è stata, fino a questo momento, assolutamente emblematica : via i paramenti troppo appariscenti, via croci d’oro o altri accessori fastosi, spazio a vesti semplici e disadorne, alla vecchia croce di ferro dell’ordinazione episcopale e al pastorale creato dal maestro Scorzelli impugnato nella Basilica di San Giovanni per la presa di possesso (tra l’altro in perfetta continuità con la prassi inaugurata da Papa Montini e proseguita da Giovanni Paolo II). A ciò si aggiunga lo spazio per momenti di comunità e condivisione sia subito dopo il conclave (il viaggio dopo l’elezione fatto in pullman con gli altri cardinali) sia nel quotidiano (soprattutto  nella Domus Sanctae Marthae, dove Francesco continua a risiedere). Via il servizio d’ordine onnipresente, spazio a momenti di autentico contatto con le persone (non con la folla).  Insomma, la tenerezza e la sobrietà non paiono un semplice proclama, ma una visione del mondo che Francesco vuole proporre prima di tutto partendo dalla prassi.

L’enfatizzazione del ruolo di vescovo di Roma. Certo, il papa è il vescovo di Roma, ma solitamente si mettono in evidenza altri titoli connessi al suo ufficio, come quello di vicario di Cristo o di sommo pontefice della Chiesa cattolica.  L’enfatizzazione dell’ufficio episcopale, sia pure di una sede peculiare quale quella della cattedra di Pietro, da un lato mette in luce la volontà di Bergoglio di essere pastore e non sovrano; d’altra parte appare preludere ad una maggiore collegialità nell’attività di governo, soprattutto per ciò che riguarda la curia romana.

Le prime nomine. Il primo incarico curiale di una certa rilevanza è stato attribuito ad un francescano: José Rodriguez Carballo, ministro superiore generale dei Frati Minori e dallo scorso anno presidente dell’Unione dei superiori generali è stato nominato segretario della Congregazione degli Istituti di Vita Consacrata. Si tratta di un dicastero molto delicato, e la scelta di affidarlo a un prelato in saio e sandali non è certamente casuale, così come non è casuale la scelta di nominare arcivescovo di Buenos Aires Mons. Mario Aurelio Poli, prelato molto lontano dalle posizioni ultraconservatrici di certa  Chiesa argentina. Ma la nomina più importante è – fino ad ora – indubbiamente quella della Commissione consultiva di otto cardinali incaricata di avanzare proposte dirette a modificare l’assetto della Curia romana e di consigliare il pontefice su altre questioni relative al governo della Chiesa. Una Commissione non certo eurocentrica e assai poco legata alla Curia uscente, nella quale spiccano i nomi dell’Arcivescovo di Tegucicalpa, Maradiaga, e del cappuccino O’Malley: due “papabili” estremamente convinti della necessità di una serie di riforme incisive dell’attività amministrativa della Chiesa universale.

L’ecumenismo. Tra le prime autorità religiose incontrate da Papa Francesco c’è  Nikolaus Schneider, presidente della Chiesa Evangelica di Germania; il dialogo tra i due – definito dalla Santa Sede molto cordiale – potrebbe preludere a nuovi importanti passi in avanti nel dialogo tra cattolici e protestanti, in vista dell’importante evento del 2017, quinto centenario della riforma protestante.

Segnali insignificanti? Non lo crediamo. Nella Chiesa i cambiamenti, anche quelli epocali, si muovono sempre nel solco della continuità, e partono sempre da gesti minuti, capaci con levità di modificare un’istituzione bimillenaria.


Autore: Vincenzo Pacillo

Nato a Roma nel 1970, si è addottorato in Diritto ecclesiastico e canonico nell’Università degli studi di Perugia. Successivamente è stato ricercatore in Diritto ecclesiastico e canonico presso l'Università degli studi di Milano. Attualmente è professore associato di Diritto ecclesiastico e delle religioni nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia e insegna Diritto ecclesiastico svizzero nella Facoltà di Teologia di Lugano. Autore di tre monografie e di diversi scritti su tematiche relative ai rapporti tra Stati e confessioni religiose, è membro del comitato di redazione della rivista “Daimon”.

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