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La Guerra Fredda non diventò calda anche grazie a Margaret Thatcher

– Margaret Thatcher può essere ricordata per tante cose. Di sicuro non per il suo pacifismo. Eppure fu lei, molto più che altri leader, a evitare che la Guerra Fredda diventasse improvvisamente calda.

Fra i tanti che hanno odiato e odiano tuttora Margaret Thatcher, si annoverano, appunto, i pacifisti militanti. La “Lady di Ferro” è la donna che combatté e vinse la guerra delle Falkland nel 1982. Ma non è tanto per quel piccolo conflitto (che i britannici ricordano tuttora con un certo orgoglio patriottico) che i pacifisti hanno inquadrato la Thatcher nel loro mirino arcobaleno. Quanto per la sua leale alleanza con Ronald Reagan e per il confronto duro con l’Unione Sovietica. La Thatcher fu in prima linea nel denunciare la “distensione”. Nel gennaio 1976, in un celebre discorso tenuto alla Kensington Town Hall, di Chelsea, risvegliò gli inglesi dal letargo, elencando tutti i motivi per cui l’Unione Sovietica doveva essere temuta. Quel discorso le costò il nomignolo, attribuitole dalla propaganda sovietica, di “Lady di Ferro”.

Quando divenne Primo Ministro, dopo le elezioni del 1979, Mosca elevò il proprio livello di allerta. Nel dicembre di quell’anno, la Thatcher fu determinante nella decisione, presa da tutta la Nato, di schierare i nuovi missili da crociera statunitensi sul suolo britannico e di iniziare una nuova fase di confronto militare con l’Urss in Europa. Precedette Reagan di almeno due anni nella nuova strategia di contenimento attivo: condanna del sistema comunista e sostegno aperto ai dissidenti dell’Est. Quando Reagan, nel marzo del 1983, annunciò la nuova Iniziativa Strategica di Difesa (il programma di ricerca per un nuovo scudo anti-missile), la premier britannica, superata una prima fase di sconcerto e scetticismo, fu la prima leader europea a sostenere il progetto.

Insomma, ce n’è abbastanza per farla inquadrare, dai pacifisti a tempo pieno, nel novero dei “guerrafondai”. Eppure sarebbe una visione parziale che trascura alcuni dettagli. Che proprio “dettagli” non sono. E’ abbastanza facile ricordare la serie di incontri ufficiali fra la Lady di Ferro e il padre della Perestrojka, Michail Gorbachev. Fu proprio la Thatcher a parlarci per prima, molto prima di Ronald Reagan, nel dicembre del 1984 (quando Gorbachev finanziava ancora, segretamente, i minatori in sciopero contro il suo governo) e a dire di lui “è un uomo con cui si possono fare affari”. Investì sul futuro leader sovietico e vinse la scommessa, quando venne elevato al rango di Segretario Generale del Pcus quattro mesi dopo. Il rapporto Thatcher-Gorbachev provocò non poche frustrazioni in dissidenti sovietici, come Vladimir Bukovskij, che considerarono l’approccio all’ultimo presidente sovietico come un vero e proprio tradimento degli ideali di libertà.

Perché la più antisovietica delle conservatrici britanniche fu promotrice del dialogo con il Cremlino? I motivi del nuovo corso della politica inglese con l’Urss sono ancora nascosti in archivi chiusi agli storici e nelle pieghe di eventi misteriosi che ebbero luogo fra il 1982 e il 1983. Di quegli eventi abbiamo solo testimonianze. E il principale testimone è l’ufficiale del Kgb di più alto rango che disertò in Occidente, Oleg Gordievskij. L’agente segreto sovietico, agli ordini di Arkadij Guk nella “residentura” di Londra, era già passato al servizio dell’Mi-5 quando era a Copenhagen, nel 1974. Dal momento in cui arrivò nella capitale britannica iniziò a passare all’Mi-5 e al Sis (il servizio militare) preziose informazioni su quanto i sovietici temessero la Gran Bretagna (oltre che gli Stati Uniti, ovviamente) e prendessero in considerazione l’ipotesi di una guerra.

Il Kgb, quando Gordievskij era a Londra, era impegnato nella gigantesca raccolta di informazioni chiamata Operazione Ryan (acronimo russo di “Attacco Missilistico Nucleare”). Scopo dell’operazione era capire, non tanto “se”, ma “quando” dagli Usa, dalla Gran Bretagna e dal resto della Nato sarebbe partito un attacco nucleare contro l’Urss. Jurij Andropov, allora Segretario Generale (nonché ex presidente del Kgb), ne era convinto. La raccolta di indizi e segni premonitori (fra cui anche la quantità di sangue donato o la conta delle luci accese nelle finestre dei ministeri chiave) era più una gigantesca profezia cospirativa che non una vera ricerca di prove sulla preparazione di un attacco reale. Che non c’era. Ma le rivelazioni di Gordievskij preoccuparono molto il governo britannico, perché dimostravano quanto i sovietici potessero essere “suscettibili” (per usare un eufemismo) a qualsiasi forma di propaganda bellica.

Nell’anno clou dell’ultima fase della Guerra Fredda, il 1983, la Thatcher, con queste informazioni a sua disposizione, funzionò da ammortizzatore della più bellicosa retorica di Reagan. Il 29 settembre di quell’anno, durante la cena annuale per il premio della Churchill Foundation, a Washington DC, la Lady di Ferro ricordò al suo auditorio americano che “viviamo tutti nello stesso pianeta e dobbiamo continuare a condividerlo”. Il culmine della tensione venne raggiunto poco più di un mese dopo, fra il 2 e l’11 novembre 1983. La Nato svolse la sua esercitazione annuale per addestrare i centri di comando e controllo a lanciare gli ordini di un attacco nucleare. I sovietici, manco a dirlo, credevano che l’esercitazione fosse finta e l’attacco vero. Gordievskij allertò in tempo il servizio segreto britannico che, quella volta, la guerra poteva scoppiare veramente. I sovietici avrebbero potuto lanciare un attacco “preventivo” contro un’inesistente offensiva della Nato. John O’Sullivan, ex speech writer della Lady di Ferro, disse a chi scrive che: “La signora Thatcher, quando seppe (grazie alle informazioni di Gordievskij) che i sovietici credevano in queste fantasie, contattò immediatamente Ronald Reagan e gli disse che ogni azioni occidentale avrebbe potuto essere mal interpretata dai leader sovietici. Fu questo episodio che, più di ogni altro, spinse a trattare con Michail Gorbachev negli anni successivi”.

I pacifisti non le sono grati e non lo saranno mai. Ma noi, intanto, siamo vivi e liberi.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “La Guerra Fredda non diventò calda anche grazie a Margaret Thatcher”

  1. Nicola scrive:

    I pacifisti e tutto il mondo buonista e finto-buonista di certo non si nutre di realismo e concretezza. Per fortuna la storia è andata come è andata e oggi possiamo rendere omaggio a questa straordinaria protagonista anche della politica internazionale.

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