di LUCIO SCUDIERO – Oh, finalmente. Da ieri l’Italia dispone di un altro fondamentale documento pieno di vago buon senso  di cui riempire il cestino. O forse perfino due, considerato che qualche ora prima che i Saggi nominati dal Quirinale consegnassero al presidente il risultato di dieci giorni fitti di copincolla, Fabrizio Barca, aspirante podestà del Partito Democratico, squassava il dibattito politico interno a quel partito proponendo di spostare l’attributo “cognitive” dal sostantivo “dissonanze” a “mobilitazione”.

Nel frattempo una qualche decina di aziende avrà chiuso o delocalizzato, e dieci volte tanti laureati si saranno imbarcati al gate del volo destinato “Ovunque  via dall’Italia”.

Intendiamoci, i dieci uomini del Presidente non potevano nulla più  di quanto hanno fatto, cioè vergare due pareri obbligatori ma non vincolanti,  tutti imperniati intorno al governo della realtà, che è esattamente la ragione per cui l’Italia non ha ancora un governo: non lo vuole, non per confrontare questa realtà,  almeno.  Epperò il problema, sempre uguale, della suddetta realtà, è che non ce n’è una diversa da quel che c’è. Essa è, presente indicativo del verbo essere, terza persona singolare. Ciò che noi vorremmo che fosse appartiene alla dimensione dell’onirismo, in alcuni casi alla psicopatologia. E infatti questo l’Italia appare: un paese dissociato dalla realtà, che si specchia nel suo ultimo voto politico.

E nella sfera della realtà che assoggetta ovunque gli uomini e il Mondo le opzioni politiche praticabili sono abbastanza “date” e tutte scomode, molto scomode, al punto da richiedere il migliore e il più stabile dei governi possibili, mentre allo stato non ne abbiamo alcuno e l’unica prospettiva è di averne uno claudicante e nientaffatto risoluto sul da farsi oppure ricominciare il giro con nuove e altrettanto inconcludenti elezioni.

Dal tentativo generoso, finanche eccessivo, di Napolitano,  non si poteva attendere altro che questo.  Il suo settennato finisce qui, col rammarico di non aver potuto evitare il deragliamento definitivo del sistema politico italiano dai binari del governo di un Paese sempre più alla deriva.