La Corte costituzionale ha deciso in favore della costituzionalità del decreto “salva-Ilva”, dichiarando i rilievi sollevati dalla magistratura di Taranto in parte inammissibili e per la restante parte infondati. Secondo la Consulta, le norme del provvedimento “non hanno alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso davanti all’autorità giudiziaria di Taranto”.

Una sentenza che può sembrare all’apparenza “pilatesca”: la magistratura è libera di proseguire le sue indagini, ma nel frattempo vengono salvaguardati gli interessi di chi è coinvolto nella vicenda – e qui facciamo riferimento sia a quelli dei proprietari, che a quelli degli operai dell’acciaieria. In realtà, come correttamente fa notare Luca Sofri in un suo editoriale:

“negando che la legge [salva-Ilva] interferisca con l’autonomia e l’obbligatorietà dell’azione penale la Consulta lascia nelle mani dei magistrati la sequela scottante dei reati commessi e accertati durante il sequestro e in violazione delle stesse prescrizioni della legge. Reciprocamente, la soddisfazione ottenuta dall’azienda non garantisce affatto di una stabilità del lavoro e delle sue condizioni, e annuncia piuttosto una forte riduzione dell’occupazione”.

La vicenda dunque, che si protrae da luglio dell’anno scorso, non si chiude qui: è piuttosto recente l’ultimo incidente all’impianto (una pensilina è crollata poche ore prima che la Consulta potesse emettere la sua sentenza, fortunatamente nessun danno a persone) e fra due giorni è previsto un referendum consultivo per il solo comune di Taranto, in cui si chiederà alla cittadinanza di esprimersi sulla necessità o meno di chiudere l’Ilva.

Dubitiamo che anche questa consultazione possa, ormai, risolvere una questione che vede due diritti fondamentali confliggere, quello alla salute e quello al lavoro. Un conflitto che, sostanzialmente, sembra porre un quesito terrificante alla popolazione tarantina (e dei comuni limitrofi): morire di cancro o morire di fame. Un dilemma che nasce, da un lato, dalla incapacità del Parlamento di generare una politica industriale per il nostro Paese e, dall’altro, dalla pretesa del potere giudiziario di assolvere alle mancanze dei poteri legislativo ed esecutivo.

Un conflitto, nonostante tutto, indegno del nostro Paese, ma che ci meritiamo tutto. Se non fosse che a pagarne le più tristi conseguenze sono sempre i cittadini.