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Lo scontro sull’Ilva di Taranto è l’ennesima metafora del nostro Paese

La Corte costituzionale ha deciso in favore della costituzionalità del decreto “salva-Ilva”, dichiarando i rilievi sollevati dalla magistratura di Taranto in parte inammissibili e per la restante parte infondati. Secondo la Consulta, le norme del provvedimento “non hanno alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso davanti all’autorità giudiziaria di Taranto”.

Una sentenza che può sembrare all’apparenza “pilatesca”: la magistratura è libera di proseguire le sue indagini, ma nel frattempo vengono salvaguardati gli interessi di chi è coinvolto nella vicenda – e qui facciamo riferimento sia a quelli dei proprietari, che a quelli degli operai dell’acciaieria. In realtà, come correttamente fa notare Luca Sofri in un suo editoriale:

“negando che la legge [salva-Ilva] interferisca con l’autonomia e l’obbligatorietà dell’azione penale la Consulta lascia nelle mani dei magistrati la sequela scottante dei reati commessi e accertati durante il sequestro e in violazione delle stesse prescrizioni della legge. Reciprocamente, la soddisfazione ottenuta dall’azienda non garantisce affatto di una stabilità del lavoro e delle sue condizioni, e annuncia piuttosto una forte riduzione dell’occupazione”.

La vicenda dunque, che si protrae da luglio dell’anno scorso, non si chiude qui: è piuttosto recente l’ultimo incidente all’impianto (una pensilina è crollata poche ore prima che la Consulta potesse emettere la sua sentenza, fortunatamente nessun danno a persone) e fra due giorni è previsto un referendum consultivo per il solo comune di Taranto, in cui si chiederà alla cittadinanza di esprimersi sulla necessità o meno di chiudere l’Ilva.

Dubitiamo che anche questa consultazione possa, ormai, risolvere una questione che vede due diritti fondamentali confliggere, quello alla salute e quello al lavoro. Un conflitto che, sostanzialmente, sembra porre un quesito terrificante alla popolazione tarantina (e dei comuni limitrofi): morire di cancro o morire di fame. Un dilemma che nasce, da un lato, dalla incapacità del Parlamento di generare una politica industriale per il nostro Paese e, dall’altro, dalla pretesa del potere giudiziario di assolvere alle mancanze dei poteri legislativo ed esecutivo.

Un conflitto, nonostante tutto, indegno del nostro Paese, ma che ci meritiamo tutto. Se non fosse che a pagarne le più tristi conseguenze sono sempre i cittadini.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

2 Responses to “Lo scontro sull’Ilva di Taranto è l’ennesima metafora del nostro Paese”

  1. Cocchiaro Raffaele scrive:

    Lei scrive testualmente
    “… è piuttosto recente l’ultimo incidente all’impianto (un capannone è crollato poche ore prima che la Consulta potesse emettere la sua sentenza) …” in realtà si tratta di una pensilina e NON di un capannone! Si informi bene prima la prossima volta. L’ultima cosa che ci manca è l’esagerazione inutile fatta sul futuro di ragazzi che si impegnano per fare funzionare la nostra fabbrica e proteggere il posto di lavoro e quindi la propria famiglia. E’ stata proprio la disinformazione e le campagne giornalistiche spazzatura che hanno contribuito a portarci ad un passo dal baratro. A questo punto è meglio che continui a stare con le mani in mano.
    Raffaele Cocchiaro
    Quadro Ilva

  2. Luca Martinelli scrive:

    Chiedo scusa per l’errore, provvedo subito a correggere. Grazie per la segnalazione.

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