E se la Corea del Nord stesse alzando la voce perché Cina intenda?

di FEDERICO BRUSADELLI – La guerra può scoppiare da un momento all’altro e ciò che resta da fare è una punizione spietata per i nemici”, fanno sapere da Pyongyang con gli ormai noti accenti da grand-guignol. I missili Musudong – dicono fonti dell’intelligence sudcoreana e giapponese – continuano a spostarsi minacciosamente sulla costa orientale della Corea del Nord, il lancio potrebbe avvenire “a breve” (si tiene sott’occhio la data del 15 aprile, anniversario della nascita del Fondatore Kim Il-Sung, giorno in cui già lo scorso anno fu effettuato un lancio con scarso successo).

Il regime chiede al mondo di prenderlo sul serio: “i tentativi di minimizzare una serie di minacce passate sono errori gravi”. E così mentre Obama ribadisce che “nessuno vuole un conflitto”, il governo giapponese piazza i missili nel centro di Tokyo e Seul innalza il livello d’allarme a “minaccia vitale”. Eppure, a più di un mese dal giorno in cui Kim Jong-un e i suoi generali hanno diramato il comunicato sulla “pioggia di fuoco” destinata a cadere su Usa e Corea del Sud, la situazione resta indecifrabile.

Davvero la follia collettiva di un regime isolato dal mondo, in cui si testano armi nucleari mentre i contadini mangiano erba, può spingersi fino a credere di poter attaccare la prima potenza mondiale? O è davvero solo “propaganda a uso interno”, il tentativo del giovane erede di consolidare la sua leadership? O, come sostengono alcuni “falchi” statunitensi, dietro all’escalation c’è la mano della Cina, pronta a spegnere l’incendio appiccato da Pyongyang per accreditarsi come “potenza ragionevole” sullo scacchiere internazionale? Ma allora perché l’irritazione, palpabile, di Pechino?

Le dietrologie, fin troppo raffinate, si sommano alle semplificazioni, fin troppo rozze, di chi per la crisi coreana di oggi riesuma, talvolta con una certa nostalgia, il lessico della guerra fredda (comunismo vs capitalismo, autocrazia vs democrazia…). Nel dicembre 2010, dopo l’attacco nordcoreano contro l’isola sudcoreana di Yeonpyeong, la rivista di geopolitica Limes dedicò un numero alla penisola divisa. È utile rileggerlo ora, a più di due anni di distanza.

Osservava Maurizio Riotto, docente universitario tra i maggiori esperti di Corea, che l’obiettivo del regime (“confuciano” e “nazionalista”, più che “stalinista” o “comunista”) della dinastia Kim potrebbe essere quello di svincolarsi dal guinzaglio cinese per intavolare trattative direttamente con gli Usa: alzare la tensione per ricevere una telefonata da Obama. Perché dire che Pechino e Pyongyang siano alleati fraterni – sottolinea Riotto – era “già inesatto trent’anni fa e lo è maggior ragione oggi: si tratta piuttosto di un “rapporto perverso” tra il gigante asiatico e un piccolo paese “riluttante, ma costretto alla disperazione”. Non è un caso che fin dagli anni Settanta i Kim abbiano tentato di accreditarsi presso i Paesi non allineati, con scarso successo, e che abbiano chiesto a scadenze pressoché regolari colloqui bilaterali con gli Usa, sempre rifiutati.

A Pyongyang hanno paura di fare la fine del Tibet, aggiunge oggi Riotto. Con la benedizione americana, peraltro, se è vero – ne è convinto il professore – che il G2 Usa-Cina, tanto invocato, abbia già deciso che “una Corea unita non serve a nessuno”. Meglio due stati-cuscinetto che un salto nell’ignoto. Al Sud, gonfio di benessere, sta bene. Al Nord meno. Che sia questo l’ultimo disperato tentativo di sovvertire uno status quo già deciso?

E se così fosse, la deterrenza nucleare sarebbe dunque un modo per tenere Pechino “alla giusta distanza”, più che per sommergere di fuoco San Francisco? Se il Dalai Lama avesse avuto l’atomica, sarebbe andata diversamente”, starà forse pensando Kim? O si tratta di interpretazioni troppo benevole, quasi “giustificatorie” nei confronti di un regime folle, di un caso psichiatrico, individuale e collettivo, che rischia di trasformare il Pacifico in una polveriera? O sono vere entrambe le cose, e il gioco spericolato di Kim si concluderà, magari per un crollo nervoso del Giappone o di Seul, in una tragedia? Nelle prossime ore ne sapremo di più, forse.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

One Response to “E se la Corea del Nord stesse alzando la voce perché Cina intenda?”

  1. agostino scrive:

    Speriamo che si risolva.La guerra…nucleare?Niente conta di fronte alla vita delle persone.

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