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Il coerente (e forse lungimirante) euroscetticismo della Thatcher

Con Margaret Thatcher se ne è andata uno dei grandi del ventesimo secolo, una donna che ha saputo dar forma di governo ad un pensiero politico coerente, nel segno dei diritti individuali e della libertà economica. Privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzioni del perimetro del settore pubblico, abbassamento delle tasse – la signora Thatcher ha espresso i termini di un liberismo “possibile” e non lo ha fatto in termini culturalmente asettici, ma al contrario esprimendo con orgoglio una visione ed una narrazione che per la prima volta rendevano giustizia all’impresa, al mercato ed all’iniziativa individuale.

Oggi Margaret Thatcher figura nell’ideale pantheon della maggior parte di coloro che, anche nel nostro paese, si riconoscono nelle idee di libero mercato. Tante parole di omaggio e di affetto abbiamo potuto leggere in questi giorni nei webmagazine e nei social network; un piccolo popolo si sente oggi orfano di una figura così importante.

Eppure c’è un aspetto dell’eredità politica della Thatcher che molti dei liberali italiani non hanno approfondito a sufficienza – e che anzi in certi casi hanno preferito ignorare o eludere. Si tratta della posizione sul processo di unificazione politica europea, che pure ha rappresentato uno dei punti più caratterizzanti della politica dell’ex premier. Troppe volte l’euroscetticismo thatcheriano è stato percepito più che altro come una concessione a sentimenti nostalgici, come un omaggio rituale (e forse un po’ patetico) a particolarismi nazionali. Insomma, sono inglesi; sono fatti così; amano le cose loro, la Sterlina, la Regina, il cricket, i furlong ed i gradi Farenheit.

Nella maggior parte dei casi, invece, non è stato colto il senso politico dell’opposizione della Thatcher ad un superstato europeo e non è stato compreso come tale posizione si integrasse in modo sostanziale nella sua impostazione liberale complessiva. Certamente nella sua battaglia contro Bruxelles, la Thatcher fece leva anche sul sentimento identitario degli inglesi, ma la valenza della sua difesa dell’indipendenza britannica andava ben oltre l’attaccamento ad alcune simbologie ed abbracciava questioni di rilevanza fondamentale da un punto di vista politica istituzionale.

Per meglio inquadrare l’effettiva linea thatcheriana, merita osservare che l’ex premier non fu mai un’antieuropeista tout court, ma anzi fu una convinta assertrice dell’ingresso della Gran Bretagna nel mercato unico e quindi dell’integrazione economica europea. Secondo “Maggie”, tuttavia, l’Europa politica rappresentava non il “necessario complemento” dell’integrazione economica, bensì il tradimento delle fondamenta liberali dei primi trattati continentali.

L’integrazione politica rappresentava una transizione dalla dimensione orizzontale delle libere relazioni di mercato ad una dimensione costruttivista dove vengono a prevalere relazioni top-down e dove il potere di supremazia è accentrato in un’unica entità continentale. Come bene espresse nel suo discorso a Bruges nel 1988, era una contraddizione estrema che proprio nel momento in cui una parte d’Europa cominciava a prendere atto del fallimento drammatico di politiche che pretendevano di guidare tutto dal centro e a scoprire che il successo dipende dalla parcellizzazione del potere e dalla decentralizzazione delle decisioni, l’Occidente invece rinnegasse questi princìpi che avevano fatto la sua fortuna e si muovesse in direzione opposta.

Secondo la Thatcher, un’Europa di Stati-nazione poteva rappresentare una forza possente a favore della libertà, dell’impresa e del commercio aperto, mentre l’istituzione di una sovrastruttura istituzionale in grado di imporre decisioni sovrane a centinaia di milioni di persone avrebbe condotto ad un aumento dell’intermediazione politica e dell’ingerenza pubblica in economia, distruggendo anche i passi avanti che alcuni paesi – come il Regno Unito – erano stati in grado di fare nel senso della riduzione del ruolo dello Stato.

Nella visione thatcheriana, l’Europa politica era destinata ad essere un’entità artificiale, non sostenuta da un sottostante storico e culturale; questo avrebbe accresciuto la distanza tra governanti e governati e quindi avrebbe diminuito il livello di rappresentatività e di legittimazione dei decisori politici. Se invece il progetto era quello di forgiare un’identità nazionale continentale e con essa un “uomo nuovo europeo”, allora ciò avrebbe significato un profondo impoverimento per un continente la cui ricchezza è stata proprio la straordinaria diversità e pluralità culturale.

Va detto che Margaret Thatcher si oppose in modo convinto a un ingresso britannico nella moneta unica, vedendo l’unità monetaria come il primo passo verso una deriva di politicizzazione e statizzazione del continente. Da un lato il processo di istituzione dell’Euro avrebbe accresciuto le tensioni a livello continentale, ponendo in conflitto gli interessi dei vari paesi – dall’altro avrebbe rafforzato le spinte a favore della centralizzazione politica per “governare” le dinamiche che sarebbero scaturite.

Per molto tempo quelle della signora Thatcher sono state considerate “fobie”, destituite di fondamenti pratici o razionali, ma la crisi sempre più evidente del modello di Europa sostenuto in questi ultimi trent’anni dal mainstream politico dovrebbe indurre a considerare con serietà ed attenzione le ragioni di quei “no” che la Lady di Ferro seppe pronunciare.

Le scelte thatcheriane sul piano pratico furono scelte di buon senso ed al tempo si collocarono saldamente nel solco di una visione liberale classica della teoria del potere e delle istituzioni. Meno Stato vuol dire anche meno Europa (politica) e meno centralizzazione. Per questo, quando si ricorda Margaret Thatcher, è giusto ed utile ricordare anche le sue posizioni in ambito europeo come parte integrante del suo impegno contro il prevalere di ideologie fondate sulla pianificazione.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Il coerente (e forse lungimirante) euroscetticismo della Thatcher”

  1. marcello scrive:

    Si vuole non a torto togliere gli ostacoli alla libera circolazione delle merci, ma per impedire che poi gli operatori economici più forti prevalgono serve un’autorità sovranazionale che fissi delle regole e impedisca che la competizione diventi disumana e che ci siano delle concentrazioni eccessive del potere economico. In attesa del governo mondiale serve una politica economica europea anche per garantire le conquiste sociali fatte nel 900 e non costringere ad avere dei salari bassi.

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