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La Thatcher non era Reagan. In Italia non ha avuto eredi

– Nel momento del ricordo di Margaret Thatcher e dell’analisi della sua azione politica la tendenza evidente è quella alla polarizzazione del giudizio, dove l’agiografia fronteggia la demonizzazione, ed alla inevitabile banalizzazione. Anche in questa circostanza svetta la pochezza analitica del nostro triste paese, condannato da una sorta di maledizione a produrre una classe politica incapace di creare discontinuità reali e tali da contrastare un declino economico, sociale e civile che pare ormai aver superato il punto di non ritorno. Leggere l’opera di Margaret Thatcher con occhiali italiani contemporanei tende a produrre vertigini da visione distorta.

Per cominciare, occorre contestualizzare l’azione di governo della Thatcher rispetto alla congiuntura economica del Regno Unito e più in generale dell’Occidente, alla fine degli anni Settanta. Quando la Thatcher entra al numero 10 di Downing Street, il mondo occidentale è piagato da un fenomeno estremamente corrosivo: la stagflazione. Dopo due shock petroliferi, di cui il secondo proprio nel 1979, con il rovesciamento dello Scià di Persia e l’avvento in Iran di una teocrazia, le economie occidentali sperimentano un aumento in doppia cifra del costo della vita, causato da meccanismi di indicizzazione che alimentano una incoercibile spirale prezzi-salari, e da errori di politica monetaria. Anche il Regno Unito non fa eccezione, ma in più si trova a vivere un momento di aspra contrapposizione sociale e fenomeni di pansindacalismo aggressivo che indeboliscono l’economia dalle fondamenta. La Thatcher giunge al potere con l’idea fissa di stroncare l’inflazione, la leva strategica per riportare il paese a crescere.

Per non leggere la storia come una sequenza di episodi quasi monadici, indipendenti gli uni dagli altri, è utile sapere che proprio in quel 1979, dall’altra parte dell’Atlantico, la politica monetaria è in mano ad un uomo alto ed imponente di nome Paul Volcker, nominato ad agosto di quell’anno dal presidente Democratico Jimmy Carter alla guida della Fed per curare anche negli Stati Uniti la malattia stagflazionistica. E’ il momento del monetarismo al potere, di qua e di là dall’Atlantico. Volcker avvia una stretta monetaria che porterà l’inflazione statunitense dal picco del 13,2 per cento, toccato nel 1981, al 3,2 per cento del 1983, anno della sua riconferma alla guida della Fed per volontà di Ronald Reagan. Nel Regno Unito la Thatcher fa lo stesso, con una attenzione maniacale per gli aspetti monetari che la porterà, durante una cena ufficiale, ad esprimere ad uno sbalordito Alan Greenspan tutto il proprio scandalizzato stupore per l’assenza, nel Regno Unito, di statistiche sull’aggregato di offerta di moneta M3.

La Thatcher agì anche per stroncare il pansindacalismo letale che stava attanagliando il paese, oltre che per imprimere uno shock di produttività al sistema attraverso estese privatizzazioni e liberalizzazioni. Ridimensionare il peso di uno stato che non riesce ad essere produttivo, liberare le energie degli individui nell’intrapresa privata: queste erano le linee guida del thatcherismo, perché

«non c’è una cosa chiamata società, ci sono singoli uomini e donne, e ci sono famiglie. E nessun governo può fare nulla se non attraverso la gente, e la gente deve badare dapprima a se stessa. E’ nostro dovere badare dapprima a noi stessi e poi guardare anche il nostro prossimo. La gente ha troppo in mente i diritti acquisiti (entitlements), senza doveri, perché non esiste una cosa chiamata diritto acquisito a meno che qualcuno non abbia adempiuto ad un dovere»

Riflettendoci, questa frase, nella sua brutalità, è una perfetta descrizione (ed una terapia suggerita) non solo del grave decadimento economico e civile britannico di oltre un trentennio addietro ma è una delle radici del declino italiano (non la sola, comunque). La differenza tra il Regno Unito di fine anni Settanta e l’Italia dell’ultimo trentennio è che da noi nessun politico è mai riuscito ad andare al potere con un manifesto di robusto individualismo visto come momento di liberazione delle energie della società, per tornare a crescere. Nessuno, neppure quelli che oggi, da noi, spergiurano di essere seguaci ed eredi spirituali della figlia del droghiere che scalò un partito e giunse a guidare un paese, rivoltandolo come un calzino, e senza neppure quote rosa.

La Thatcher era stretta sodale ideologica di Ronald Reagan, ma la sua politica economica differì non poco da quella dell’americano. Reagan era affascinato dalla teoria lafferiana, secondo la quale contava il taglio di tasse, da cui tutto sarebbe disceso: aumento dei livelli di attività e quindi di gettito fiscale, fino a ripagare il deficit creato con i tagli d’imposta. Oggi sappiamo che questa era una pia illusione. Ma Reagan fu anche keynesiano, con la sua corsa al riarmo fatta in deficit. Ma era sufficientemente pragmatico da tornare sui propri passi aumentando le imposte, nel 1983-84, per tentare di riportare i conti in equilibrio. Fosse vissuto oggi, Reagan sarebbe stato messo all’indice dal mainstream Repubblicano. La Thatcher aveva altre ricette ed altri approcci: nel 1981, ad esempio, decise che il Regno Unito doveva riportare i conti in pareggio anche con aumenti di imposte. Questo avveniva durante una non meno violenta stretta monetaria, ed era quindi assai poco keynesiano, per usare un eufemismo.

Ma Thatcher puntava all’equilibrio dei conti pubblici anche e soprattutto attraverso tagli di spesa, che portò dal 46 al 39 per cento di Pil alla fine del proprio mandato. Ma non più giù di così, e peraltro preservando la natura rigorosamente pubblica del sistema sanitario britannico. Anche il livello dei trasferimenti alle famiglie erogati dal sistema della sicurezza sociale non è stato intaccato dall’azione della Thatcher (anzi), come mostra il grafico qui sotto, tratto da una briefing note di una decina di anni addietro dell’Institute for Fiscal Studies (pagina 10 del documento). E’ interessante notare che la lievitazione di tali sussidi sociali, nei primi anni del governo Thatcher, è imputabile ai sussidi di disoccupazione ed a quelli a favore delle famiglie con un solo capofamiglia e figli a carico. Come dire che la Thatcher non soppresse gli stabilizzatori automatici, come invece si tende a fare oggi nella folle Eurozona schiacciata da un danno autoinflitto. Non esattamente una rivoluzione, vien fatto di dire.

Veniamo alle accuse davanti al Tribunale della Storia (con le maiuscole) che da più parti vengono rivolte a Reagan e Thatcher: aver avviato un meccanismo infernale che ci ha portati sin qui, a profonde diseguaglianze nella distribuzione di reddito e ricchezza. Una simile lettura ignora quello che è venuto dopo Reagan e Thatcher. Ad esempio, l’impulso decisivo alla globalizzazione di mercati di merci e capitali, attuata soprattutto durante gli anni di Bill Clinton e Tony Blair, cioè dei leader di quel fantomatico “Ulivo mondiale” che mai è esistito se non nella fantasia di Romano Prodi, colui che oggi stigmatizza l’azione di Reagan e Thatcher, considerandola la matrice di tutti i mali del mondo. La realtà è che i due, trent’anni addietro, hanno reagito ai sintomi di una grave decadenza economica dei rispettivi paesi, hanno preso atto che il settore pubblico e gli eccessi spesso patologici di sindacalizzazione (dai minatori britannici ai controllori di volo statunitensi) andavano smantellati in quanto ostacolo alla crescita economica di lungo periodo, ed in questo “esperimento” hanno trovato un elettorato che – a maggioranza – li ha sostenuti per lunghi anni. Non esattamente un dettaglio.

Nulla del genere è mai accaduto in Italia, in oltre un trentennio: un giorno dovremo seriamente compiere una riflessione collettiva al riguardo. Cercavamo una terza (o quarta, o quinta) via, fatta di parole e fumisterie partitiche ad uso strettamente domestico e siamo rimasti confortevolmente nella nostra foresta pietrificata, in attesa della resa finale dei conti, che ha preso le sembianze di Angela Merkel. Tutto il resto sono chiacchiere e moralismi, attività in cui figure come Romano Prodi sono indiscutibilmente maestre. La cosa più disarmante, oggi, è leggere ed ascoltare lamentazioni sull'”eccesso di liberismo” in un paese che di liberismo non ne ha mai avuto. Ma anche questo è parte della distorta rappresentazione della realtà, tipica di un paese convinto di stare sempre guardando un talk show politico.

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Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

3 Responses to “La Thatcher non era Reagan. In Italia non ha avuto eredi”

  1. Edoardo Buso scrive:

    grazie bell’articolo

  2. Edoardo Buso scrive:

    però sulla globalizzazione degli anni 90 bisogna essere prudenti con i giudizi….di sicuro Prodi e Blair non potevano fermare un processo spontaneo venuto a crearsi con le comunicazioni globali i mass media il mercato e il wto ecc…quindi bisogna stare attenti perchè ormai da li è difficile tornare indietro,ma penso addirrittura che la sinistra italiana abbia imparato poco pure da Prodi…

  3. Nicola scrive:

    Articolo ricco di considerazioni condivisibili e interessanti. Prendendo spunto dalle parole della Thatcher riportate in esso, va detto che cattocomunismo e corporativismo sono nel DNA negli italiani e pertanto credo mai un leader politico potrebbe pronunciare discorsi simili nel nostro paese senza essere fucilato (metaforicamente…). Quando ci domandiamo perché da noi non c’è stata e non si vede all’orizzonte una Thatcher, credo che dovremmo fare i conti con le nostre culture dominanti. Io credo che purtroppo saremmo in pochi a seguire il/la Thatcher italiano/a. Berlusconi del ’94 era un illusione e comunque non era un vero messaggio liberale, al punto che lui stesso lo ha messo nel cassetto e per continuare a prendere voti ha innalzato la bandiera della “economia sociale di mercato”.

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