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La rosa per il Quirinale è una scelta giusta, fatta per la ragione sbagliata

Nei giorni scorsi quasi tutti i quotidiani hanno dato ampio risalto alla notizia dell’accordo sulla “rosa quirinalizia”, ovvero l’idea che al PD spetti proporre una serie di nominativi tra cui scegliere in modo condiviso (comunque coi favori del PDL) il nuovo Capo dello Stato. La notizia è stata interpretata come l’auspicato avvio di una soluzione per la singolare situazione in cui il Paese sembra imbrigliato, dopo le ultime elezioni.

Eppure a noi non è sembrata una grande novità, nel senso che già il 20 febbraio scorso, cioè prima del voto, scrivevamo a febbraio che

“si ritiene fondamentale che le forze politiche si impegnino a ricercare un ampio consenso parlamentare per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, pari almeno alla maggioranza assoluta del corpo elettorale, a prescindere dalla circostanza che una coalizione abbia i (generosi) numeri parlamentari per fare da sola. Per evitare che queste opinabili considerazioni siano considerate il frutto di una faziosa partigianeria politica, è chiaro che  all’eventuale coalizione che rinunciasse alla possibilità di eleggere in autonomia il Presidente della Repubblica, dovrebbe riconoscersi il potere-dovere di indicare una rosa di nomi entro cui ricercare l’intesa. (…) In definitiva, si ritiene necessario che il prossimo Capo dello Stato goda di una solida legittimazione democratica, affinché sia posto al riparo da ogni sospetto di interessata parzialità, tenuto anche conto delle scelte politiche molto controverse che potrebbe essere chiamato a compiere nel corso di una Legislatura che si annuncia difficilissima”.

La lunga citazione di un pezzo che sembra scritto ieri non ha lo scopo di celebrare il successo di una tesi “personale”, ma piuttosto di rammaricarsi per la sconfortante pochezza analitica o la pesante faziosità di molti attori pubblici e/o commentatori di primo piano, i quali sembrano vivere un rapporto adulterato con la realtà. Infatti, malgrado la normale incertezza sul voto, era assai probabile che avremmo avuto a che fare con un sistema multipolare, di fronte al quale il Porcellum – come qualsiasi altra legge elettorale fortemente premiale (cioè che assegni un forte premio al primo arrivato, a prescindere dal raggiungimento di una soglia elettorale) – avrebbe mostrato tutti i suoi negativi effetti sistematici, che finora la forzosa tenuta del bicoalizionismo aveva mimetizzato. Tra questi, il più grave era appunto la possibilità di eleggere un “Presidente di minoranza. Si dirà che questo è un argomento buono per l’accademia, ma così non è.

Infatti, proprio la metamorfosi decisionista della figura del Presidente della Repubblica nel corso degli anni, accentuata dal contestuale affievolimento dei partiti politici, rende concretissima la questione della sua legittimazione democratica, che richiede almeno una messa a punto del nostro ordinamento costituzionale, ossia un riequilibrio della rappresentanza parlamentare, oggi troppo sbilanciata a favore della maggioranza, o un aggiustamento della maggioranza prevista per l’elezione del Capo dello Stato a partire dal quarto scrutinio: non più la maggioranza assoluta, ma una dei tre quinti, onde attenuare il dirompente impatto del premio di maggioranza alla Camera che consente di avere la maggioranza del Parlamento in seduta comune anche senza avere una maggioranza politica capace di esprimere un governo.

D’altronde – qui ci ricolleghiamo idealmente alla conclusione dell’articolo di febbraio – è più che probabile che le prossime scelte del Capo dello Stato in materia di formazione del Governo richiederanno una ampia discrezionalità ed è, quindi, molto opportuno che il Presidente non appaia come il rappresentante di una sola fazione. Fortunatamente, il rischio di una forzatura costituzionale sull’elezione del Presidente sembra oggi scemare, anche se per ragioni molto diverse. Infatti, la volontà di condividere il metodo della scelta, che è un modo diplomatico per dire che si metteranno (giustamente) d’accordo su un nome, è in questo caso il frutto di un calcolo di (presunta) convenienza, visto che è tutta da dimostrare la tesi che, appena trovata la quadra per il Quirinale, il puzzle del Governo si risolverà.

Molto probabilmente, l’eventuale accordo sul Quirinale servirà non tanto a dare un governo stabile al Paese, bensì a rimandare un po’ l’inevitabile redde rationem elettorale, per consentire ai due principali player di organizzarsi nuovamente, per sconfiggere i pericolosi nemici (interni ed esterni) che li minacciano e continuare nella loro ormai stanca commedia dell’arte.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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  1. […] per una rosa di nomi per il Quirinale – di per sé un fatto positivo ma, come scrivevamo, basato su ragioni sbagliate – adesso anche quell’accordo sembra essere saltato. Siamo anche un po’ stanchi di […]