di PIERCAMILLO FALASCA – “Solite” notizie da Bruxelles: il rapporto della Commissione europea sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici sintetizza in modo efficace le storture dell’economia italiana, rispetto ai conti pubblici, al consolidamento delle riforme strutturali avviate e alle caratteristiche del settore privato: bassa produttività, export condizionato dal nanismo delle imprese e da un modello di specializzazione obsoleto, debolezza del sistema bancario.

L’Italia resta un sorvegliato speciale, non fosse altro perché un’eventuale intensificazione delle turbolenze dei mercati finanziari rispetto al debito sovrano italiano avrebbero effetti potenziali rilevanti per l’intera area euro. Il rapporto evidenzia inoltre il perimetro d’azione entro cui le istituzioni italiane dovrebbero muoversi: rafforzamento della concorrenza in alcuni fondamentali settori, sviluppo di un sistema fiscale più orientato alla crescita, ulteriore decentramento della contrattazione salariale, miglioramenti nel grado di efficienza del sistema dell’istruzione e della pubblica amministrazione, rafforzamento della capacità del sistema bancario nazionale di sostenere gli investimenti privati. Altro che le “scelte coraggiose” di Laura Boldrini di non usare l’appartamento riservato al presidente della Camera.

Intanto, il varo del Documento di economia e finanza da parte del governo è probabilmente l’atto conclusivo dell’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti. Si chiude una stagione, con la sensazione che i sacrifici imposti agli italiani – dalla stretta fiscale alla (sacrosanta) riforma delle pensioni – siano stati vanificati, prima dalla tattica pre-elettorale delle forze parlamentari della XVI legislatura, poi dalla paralisi istituzionale della XVII. Abbiamo “comprato” tempo, sarebbe stato utile usarlo per una stagione di profonde riforme sistemiche, ma l’abbiamo sprecato.

L’avanzo primario dello Stato italiano (cioè la differenza tra le entrate e le uscite prima di pagare gli interessi sul debito) è da anni tra i migliori d’Europa, ma il rapporto debito-Pil ha ormai raggiunto la cifra mastodontica del 130 per cento, frutto di un Pil calato dal 2008 ad oggi di circa il 7 per cento e del surriscaldamento dei tassi d’interesse. Insomma, ormai paghiamo strutturalmente più tasse di quanto lo Stato italiano spenda per le sue funzioni (sprechi inclusi), ma senza un cambio di paradigma della politica economica italiana (ed europea) finiremo per soffocare. Le misure più importanti per uscire dal guado produrrebbero i loro effetti solo nel medio-lungo periodo, o comunque avrebbero bisogno (come è il caso di un possibile piano di privatizzazioni o di un abbattimento radicale della spesa pubblica) di un governo sufficientemente forte da vararle e farle implementare.

Ogni giorno che passa è un giorno perso. Qualcuno dovrebbe far capire a Pierluigi Bersani che il giudizio che la storia darà della sua vita politica dipende esclusivamente dalle scelte di queste ultime settimane: è lui che deve “consentire” la nascita di un governo o sarà lui che finirà per appiccare il fuoco.