di DANIELE VENANZI – “Liceo Montecitorio okkupato”. A guardare i pentastellati trattenersi in aula fino a mezzanotte tornano in mente i lunghi sit-in nelle palestre di tante scuole superiori, con quegli immancabili striscioni dipinti a bomboletta, che ne annunciano l’occupazione. Nel frattempo, però, mentre i grillini pongono il veto sulla decisione di proseguire l’attività didattica nelle aule autogestite o adibirle a cineforum, nel laboratorio di scienze altri – e ben più navigati – rappresentanti d’istituto conducono esperimenti d’equilibrio precario in vista dell’elezione del nuovo Preside.

Un incontro così, a quattr’occhi, tra lo smacchiatore e il giaguaro, tanto sterile nell’esito quanto anomalo nella forma per un paese che ha dimenticato i valori del fair play e del dialogo istituzionale. Si proseguirà probabilmente di questo passo, di consultazione in consultazione, fino alla fatidica data dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Nessun passo verso la governabilità, nessuna intesa, forse una rosa di nomi graditi ad entrambi per il Quirinale. Nulla di più.

Uno contro l’altro, praticamente amici, entrambi incapaci di rendere conto al proprio elettorato di un eventuale “inciucio”: qualcosa che altrove, in Europa, suonerebbe più come un governo di coalizione – chiedere a inglesi, tedeschi, olandesi. Da democrazia fin troppo consociativa, siamo diventati nel giro di qualche legislatura l’emblema dell’esasperazione del conflitto politico, celati dietro un antiberlusconismo di comodo e un garantismo di facciata, capaci solamente di dividerci tra fanatici di un nuovo Piazzale Loreto e fautori di un salvacondotto per l’impunità. Nessuno impazzisce all’idea di una große koalition – specialmente se animata da questa classe dirigente – ma un governo di larghe intese costituirebbe l’occasione perfetta per chiudere i conti con un’epoca sciagurata, in cui si è costruito il consenso – ambo i lati – sulle vicende giudiziarie e le abitudini sessuali dell’ex presidente del Consiglio piuttosto che sui grandi temi da affrontare in un paese che diviene, giorno dopo giorno, sempre meno competitivo, fiorente, dinamico.

Nessuno disposto a fare il primo passo, nessuno pronto a pagare lo scotto elettorale di un disarmo bilaterale, nessuno volenteroso di rimboccarsi le maniche per avviare il processo verso la Terza Repubblica con un racconto della vita politica più civile, più inclusivo, più europeo. Si preferisce, al contrario, avvinghiarsi con le unghie e con i denti ad una visione della politica con i giorni contati, mentre i mercati assistono con sgomento al masochismo di un paese che si avvicina a grandi falcate verso il punto di non ritorno. Attendere l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica per tornare alle urne? Sciacalli e demagoghi non vedono l’ora.

A quanto pare, per trovare il filo di un discorso comune Bersani e Berlusconi partono dal Quirinale e non dal governo, cioè nella sostanza dalle garanzie reciproche per il futuro, più che dalle urgenze del presente. Si comprende il senso dell’operazione, in un rapporto dominato dalla diffidenza. In Italia la strada politicamente più battuta è sempre la più tortuosa. Ma non sempre porta alla meta, anzi quasi mai.