«Abeconomics» e crisi. La chimera giapponese che potrebbe non sortire gli effetti sperati

– Giovedì scorso, finalmente, le tanto sponsorizzate misure di politica monetaria del nuovo premier giapponese Shinzo Abe, per tramite dell’appena nominato governatore della Bank of Japan (BoJ) Haruhiko Kuroda, sono entrate in vigore.

Secondo il pacchetto di misure, la BoJ potrà acquistare titoli del debito pubblico giapponese per un ammontare che può toccare i 7 mila miliardi di yen al mese (più di 54 miliardi di euro con il cambio odierno), ovvero un quantitativo pari addirittura all’1,4% del PIL. Potranno essere acquistati titoli a qualunque scadenza compresi quelli rischiosissimi a 40 anni, mentre fino ad oggi il limite era su quelli a tre anni. Le misure di Kuroda, spalmate in due anni, saranno di 2150 miliardi di Euro, il 27% del Prodotto Interno Lordo nipponico, con la facoltà di aumentare ulteriormente sino al 40% del PIL.

La strategia di Tokyo è motivata dalla volontà di interrompere un quindicennio di deflazione e stagnazione. Il calo dei prezzi costante, causato tra le altre cose proprio dallo yen forte, aveva rinchiuso l’economia giapponese in una sorta di gabbia per cui i consumi erano contratti dall’aspettativa di ulteriore calo dei prezzi che un così lungo trend aveva creato, bloccando di fatto l’economia. Un’altra ragione, non meno importante, è il peso del debito pubblico giapponese che, con il suo rapporto sul PIL del 230%, è il più grande del mondo. Una svalutazione del debito, unita a una (sperata) crescita del PIL reale, darebbe ossigeno a un’economia letteralmente in ginocchio.

Quest’insieme di misure sono state salutate con cieco entusiasmo dai fautori dell’economia statalista, nonché coloro che si riempiono la bocca con la bandierina dell’uscita dall’Euro, in forza di una decantata «sovranità monetaria» virtuosa. Costoro, ovviamente, ignorano che una politica monetaria di questo genere non è priva di rischi. Nonostante l’azione congiunta di governo e Banca Centrale sia stata vista positivamente dai mercati in questa prima fase, con il Nikkei che è cresciuto di valore del 40% da dicembre a oggi (unicamente sulla fiducia), ora l’economia reale giapponese dovrà muoversi su un filo di lana.

Sì, senza dubbio il deprezzamento dello yen dovrebbe in teoria facilitare le esportazioni, ma è altrettanto vero che ora il livello dei prezzi – vista anche l’enorme portata delle misure prese – potrebbe schizzare ben oltre la soglia prevista (il tasso d’inflazione obiettivo è del 2%) e, di conseguenza, far ottenere l’effetto contrario e sfavorire le esportazioni, non facendo crescere il PIL e portando l’economia giapponese a una stagflazione da cui sarebbe ancora più difficile uscire. Inoltre, anche qualora questo non dovesse accadere, è vero altresì che la misura potrebbe anche essere imitata da USA, Europa e Corea del Sud, quest’ultima competitor di rilievo per i giapponesi in un settore chiave per ambedue le economie come è quello automobilistico.

In generale, la cosiddetta «Abeconomics» rischia seriamente di creare una reazione a catena protezionistica, sia in campo monetario per controbilanciare l’effetto yen, sia in campo dell’economia reale, con alte barriere doganali atte a evitare l’inondazione di prodotti giapponesi che rappresenterebbero un’enorme e rapida distorsione del mercato mondiale, nonché un macigno sui già indeboliti mercati interni.

Non è quindi tutto oro quel che luccica. Una nuova ondata di protezionismi, legittimi vista l’enorme aggressività di Tokyo, porterebbe con sé nuovi problemi – poiché è oramai ampiamente assodato che i mercati aperti nel lungo periodo portano benefici per tutti – e nuove tensioni che le élite mondiali potrebbero non essere in grado di affrontare. E il “sole” rappresentato dalla soluzione giapponese potrebbe rivelarsi, come diceva Quiño, una “cianfrusaglia”.

Desta preoccupazione, in tal senso, il fatto che le opinioni pubbliche occidentali in questi tempi di crisi vedano in ogni forzatura la panacea contro tutti i mali, senza purtroppo fare le dovute valutazioni. Lo è stato il caso islandese, totalmente inapplicabile al caso italiano e lo è stato quello della Kirchner, che in brevissimo tempo ha già rimesso l’Argentina nella lista dei paesi in cui non esportare capitali. Ora, come ovvio, anche Tokyo affascina i sostenitori della democrazia partecipativa, manco la macroeconomia fosse materia di studio della scuola materna assieme al disegno e ai canti corali di voci bianche.

In tal senso, la follia grillina e leghista (ma non solo) del ricorso a moti di popolo e referendum per abbandonare l’Euro e riacquisire la sbandierata sovranità monetaria, fa rabbrividire, ma già il caso giapponese riempie le bocche. E poco importa se, tra le varie misure intraprese dal duo Abe-Kuroda, vi è anche l’acquisto di asset rischiosi e titoli tossici per salvaguardare il tanto vituperato sistema bancario. L’importante è sventolare la bandiera nichilista anti-comunitaria e anti-Euro.

Purtroppo per loro (e per fortuna per tutti), abbiamo già avuto modo di vedere piuttosto bene quanto male ci siamo comportati a casa nostra nel periodo che va da Bretton Woods a Maastricht, quando potevamo decidere del nostro destino. Dopo qualche anno, giustamente, abbiamo deciso di abdicare la nostra sovranità in vista di obiettivi di progresso più alti. Tutte cose che Grillo e i suoi nemmeno si sognano di considerare.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

2 Responses to “«Abeconomics» e crisi. La chimera giapponese che potrebbe non sortire gli effetti sperati”

  1. maurizio scrive:

    Sono completamente in disaccordo. Intanto se si rispolverasse un minimo di protezionismo (che all’occorrenza gli USA esercitano quando pare a loro, se ci ricordiamo la tassa del 70% sull’Acciaio introdotta da G.W.BUSH) si interromperebbe il processo di globalizzazione economica con grande sollievo dei piccoli produttori e contrazione dell’espansione delle società multinazionali. Quindi meno disoccupazione locale. Poi non è affatto assodato che i mercati aperti nel lungo periodo portano benefici per tutti, anzi. Certamente serve a concentrare potere in pochissime mani private, quelle dei proprietari di banche e gruppi industrial-finanziari su tutti. Si crea uno schema piramidale che distrugge le classi popolari, rovina il ceto medio, falcidia i benestanti e trasferisce le ricchezze verso un numero limitato di ricchi prevalentemente residenti all’estero.

  2. Andrea Russo scrive:

    Salve.
    E’ ormai assodato che l’Abenomics non stia producendo dei grandi vantaggi all’economia reale dei Giapponesi, se è vero ad esempio che l’occupazione non è aumentata.

    Detto questo, non sarebbe meglio se Il Giappone ridistribuisse con le tasse i soldi di una patrimoniale per incentivare la nascita di piccole e medie imprese? Le nuove piccole e medie attività darebbero lavoro a gente del posto, non essendo in grado di delocalizzarsi.

    Questi nuovi lavoratori sarebbero anche nuovi consumatori, e incrementerebbero le vendite in molti settori.

    Io penso che se una persona ha una ricchezza pari a 10 persone, essa non consuma come 10 persone, in genere. Non compra 10 automobili, non compra 10 volte il cibo del povero. Ad un certo punto accumula e spesso porta i suoi capitali all’estero, per operazioni più convenienti come evadere le tasse e fare investimenti vantaggiosi.

    Una cosa che mi lascia perplesso, ma che mi interessa anche, è la sua contrarietà all’uscita dall’euro.

    Secondo lei potrà funzionare una moneta che dovrà mediare tra le esigenze di 17 o più stati, con economie che funzionano diversamente?

    Finora i risultati sono stati catastrofici.

    Se poi il principio è che il popolo non deve votare un referendum su fatti che lo riguardano (in maniera anche drammatica), perchè è ignorante in materia, allora non avrebbe dovuto votare nemmeno sulla privatizzazione delle concessioni dei servizi idrici, o sul nucleare.

    Cordiali saluti
    Andrea Russo

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