di PIERCAMILLO FALASCA – Come sarebbe stata l’Italia del 2013 se Silvio Berlusconi avesse inaugurato nel 1994 un ciclo politico thatcheriano? “We right wingers should stay together“, disse una volta la lady di ferro accogliendo Antonio Martino a casa sua: noi di destra si dovrebbe stare insieme. Destra vuol dire tanto e vuol dire nulla, in Italia spesso vuol dire cose pessime, ma pronunciato da Margaret Thatcher faceva battere il cuore ai (pochi) liberali italiani, che nella destra britannica degli Anni Ottanta  trovarono la risposta ad un interrogativo cruciale: può un governo democraticamente eletto arrestare la deriva statalista e welfaristica delle società occidentali, anteponendo l’interesse generale – per sua natura intangibile, diffuso e di lungo periodo – al coacervo di interessi particolari e contingenti?

Si può, la figlia del droghiere ce l’ha fatta, donando al futuro una prova empirica che il liberalismo può essere non solo testimonianza e resistenza, ma cultura di governo. Un governo “di destra” perché forte e severo, dissacrante, diffidente del senso comune e dei benpensanti radical-chic (quelli che per sentirsi anche loro “gente” prendono le difese di minatori o tassisti che scioperano per difendere un privilegio goduto sulle spalle altrui). Serve un governo forte per indebolire le pretese dello Stato nell’economia privata, per difendere le istituzioni e il diritto dalle pressanti richieste di parassitismo e protezione, per assumere decisioni che sembrano alimentare le disuguaglianze ma che in realtà consentono ai più poveri di essere meno poveri.

Nel 1994 l’Italia fu a un bivio: più o meno consapevolmente, la maggioranza degli elettori scelse la visione thatcheriana dell’imprenditore Berlusconi; dopo pochi passi, al momento di inverare quella visione con una storica riforma delle pensioni pubbliche, si voltò e tornò indietro. Quel centrodestra non era all’altezza delle aspettative, come già nel 1996 Indro Montanelli scrisse in una lettera all’allora studente universitario Umberto Mucci. La finestra di opportunità liberale si esaurì lì probabilmente, se è vero che il centrodestra che salì al governo nel 2001 era ormai irrimediabilmente distante dall’afflato thatcheriano di sette anni prima, tanto diversi erano i protagonisti e tanto mutato era il clima sociale e culturale. Il Cavaliere continuava ad usare – lo fa ancora, ieri ad esempio – formule retoriche squisitamente liberali. Berlusconi è istintivamente liberale, ma manca della cultura di governo che la Thatcher dimostrò di avere e che fa la differenza tra uno statista e un capopopolo. E’ anche colpa del fallimento politico di Berlusconi se alla leader conservatrice seguì Tony Blair, mentre all’Italia è toccato in dote Romano Prodi, massimo rappresentante di quella elité culturale cattocomunista che ha occupato militarmente i gangli del potere italico per decenni.

Il Regno Unito di fine Anni Settanta era una società in declino: la generazione nata negli anni d’oro dell’Impero britannico si trovava a gestire un Paese che cresceva poco (tra il 1945 e il 1977 il Pil tedesco era cresciuto del 310 per cento, quello francese del 297 e quello britannico appena del 75 per cento); nel 1954 i lavoratori del Regno Unito erano ancora pagati meglio di quelli tedeschi, nel 1977 i salari medi in Germania erano quasi il doppio di quelli britannici; la produttività era molto più bassa di quella continentale, mentre l’inflazione era più elevata; la sterlina era travolta dalla fuga di capitali, tanto che il governo laburista fu costretto nel 1976 a richiedere un prestito di 2,3 miliardi di sterline al Fondo Monetario Internazionale, concesso a condizione che la spesa pubblica venisse tagliata. Bye bye neo-keynesians, toccò al Labour invertire una rotta di politica economica e a spalancare le porte alle politiche liberiste della Thatcher e del suo mentore, sir Keith Joseph, un ex conservatore sociale convertito sulla via di Damasco dalle teorie di Milton Friedman.

Il messaggio più potente che la lady di ferro lascia oggi ad un paese stagnante come l’Italia – nel quale in molti si lasciano attrarre da consolatorie teorie antisviluppiste pur di non affrontare la realtà – è che il declino è reversibile. All’Italia servirebbe una Thatcher, dicono in tanti. Forse dovremmo cambiare passo ed affermare: dobbiamo permettere ad una Thatcher di emergere, preparando il campo, mettendo a disposizione gli strumenti culturali e politici perché questo avvenga, custodendo gelosamente e diffondendo le idee di libertà. Volete rendere omaggio alla memoria al “più impopolare primo ministro da quando si vota“, come la apostrofò il Times? Regalate ad un diciottenne una copia de “The constitution of liberty” di Friedrich von Hayek (tradotto in Italia come “La società libera”). Come disse lei ad una conferenza programmatica di partito, “this is what we believe“.