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Il PDL e il PD hanno perso il voto dei “non garantiti”

Forse solo un dato è più significativo del risultato elettorale complessivo per dare la misura della crisi dei tradizionali schieramenti del centro-destra e del centro-sinistra: la scomposizione del voto per categorie socio-professionali, così come delineata da un’indagine Demos pubblicata pochi giorni dopo il voto.

Il centro-destra nel 2008 aveva vinto largamente il voto di lavoratori autonomi ed imprenditori, ma stavolta nelle stesse categorie è sceso dal 68,1% al 34,6%, risultando scavalcato dal Movimento 5 Stelle di Grillo. Stesso film anche tra i liberi professionisti, dove la coalizione di Berlusconi ha ottenuto 15,6% dei consensi perdendo più dei due terzi del suo elettorato di cinque anni fa.

A quanto pare, quindi, il PDL non è più in grado di cogliere gli interessi dei “ceti produttivi” anche perché in questi anni, nella maggior parte dei casi, ha preferito la tutela di interessi professionali e corporativi ben specifici ad una linea liberale che difendesse tutti coloro che vogliono provare a fare impresa ed ad emerge per merito nel mercato. È interessante notare che l’unica categoria in cui il PDL prevale a questo giro – con il 43,3% dei voti – è quella delle casalinghe, cioè di un gruppo sociale che ha una percezione solo mediata delle problematiche del mercato del lavoro e delle questioni della tassazione e della burocrazia.

Il centro-sinistra, dal canto suo, perde significativamente in due gruppi sociali che a priori dovrebbero essergli favorevoli – operai e disoccupati. Non è, in realtà, una novità perché già nel 2008 aveva ceduto queste categorie al PDL. Quest’anno, tuttavia, il declino del centro-sinistra tra operai e disoccupati è ancora più evidente ed entrambe le categorie premiano il Movimento 5 Stelle, al punto che solo un operaio su 4 ed un disoccupato su 5 hanno dato fiducia alla coalizione di Bersani.

Nella pratica, evidentemente, la sinistra in Italia non rappresenta più i tradizionali “deboli”, ma al contrario ha preferito trovare una sua ben precisa “zona di conforto” nella protezione dei pensionati e del lavoro impiegatizio garantito. È una sinistra che vanta a parole grandi idealità, ma che alla fine come obiettivo si pone quello di far continuare ad arrivare la busta paga o l’assegno a fine mese a quelli a cui in questo momento arriva – con un “non detto” abbastanza intuibile che è “al diavolo tutti gli altri”.

Alla fine della fiera, sia il centro-destra che il centro-sinistra oggi hanno scelto di essere forze socialmente conservatrici che portano avanti un presidio anticoncorrenziale di posizioni di rendita nel mercato delle professioni ed in quello del lavoro dipendente. Rappresentano, in altre parole, due sindacalismi a difesa degli insider del sistema e non sono più in grado, pertanto, di rispondere ad un interesse più generale.

Questo punto è centrale, se si vogliono davvero comprendere le ragioni della sconfitta dei partiti tradizionali. È vero che il voto che è fuggito verso Grillo è trasversale e per molti versi interclassista, ma al tempo stesso ha anche una fisionomia ben precisa: è, in gran parte, il voto di quell’Italia “non garantita”, quella che rimane scoperta dal circuito clientelare tradizionale che alimenta il consenso dei partiti maggiori.

Difficile pensare che il PDL abbia perso troppi voti tra i tassisti o che il PD ne abbia persi troppi tra gli statali della scuola. I voti persi sono quelli dei “senza rete”; sono quelli dei disoccupati o dei lavoratori intermittenti che non vedono alcuna possibilità di essere cooptati in un impiego stabile; sono quelli dei lavoratori autonomi e degli imprenditori che non beneficiano di alcun particolare favore ma si trovano ogni giorno a lottare con le tasse, la burocrazia, l’incertezza del diritto, la difficoltà dell’accesso al credito ed i ritardi dei pagamenti da parte dello Stato.

Ora, in realtà, il programma di Grillo non offre alcuna particolare risposta alle istanze dei gruppi sociali che l’hanno votato. Anzi, molte delle sue idee renderebbero questo paese ancora più impraticabile dal punto di vista economico e a pagarne più direttamente le conseguenze sarebbero, ancora una volta, i gruppi non tutelati. Tuttavia, il deficit di rappresentanza di PDL e PD rispetto al mondo dei “non garantiti” si presenta come una questione primaria che le rispettive leadership non potranno esimersi dall’indirizzare, se vorranno provare a ripristinare un modello normale di bipolarismo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Il PDL e il PD hanno perso il voto dei “non garantiti””

  1. marcello scrive:

    “Nella pratica, evidentemente, la sinistra in Italia non rappresenta più i tradizionali “deboli”, ma al contrario ha preferito trovare una sua ben precisa “zona di conforto” nella protezione dei pensionati e del lavoro impiegatizio garantito”

    Uno che prende 1300-1400 e deve mantenere una famiglia, coi prezzi che ci sono, sfido a definirlo un privilegiato; specie poi quando si grida allo scandalo se qualcuno chiede un contributo di solidarietà a chi, a questo punto, non lo si può inserire nella middle class, se poi fa una vita lussuosa.

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