Tares, Iva e poi Irpef. Il prezzo salatissimo dell’inazione della politica

di PIERCAMILLO FALASCA – Quale partito, nella recente campagna elettorale, non si dichiarava favorevole al rimborso dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese? E chi non riteneva imprescindibile una riduzione dell’insostenibile pressione fiscale su lavoratori e consumatori? Un effetto della paralisi politica ed istituzionale che attanaglia il Paese dal 25 febbraio scorso è l’impossibilità di adottare misure di politica economica e fiscale adeguati ai tempi che viviamo.

Ci può essere, come c’è, una concordanza tra le forze politiche su alcuni auspicabili obiettivi (come, appunto, la restituzione dei crediti che le imprese vantano nei confronti del settore pubblico, ormai divenuto un pessimo pagatore, e l’alleggerimento del carico per i contribuenti), ma è molto complicato, in assenza di una maggioranza stabile e di un governo solido e legittimato politicamente, fare fronte all’unico “prezzo” possibile di tali provvedimenti: la riduzione della spesa pubblica corrente e l’alienazione di quote robuste di patrimonio mobiliare e immobiliare nelle mani dello Stato, delle Regioni e degli enti locali.

Lo strumento che il governo tecnico dimissionario ha in un primo momento pensato per restituire alle imprese almeno 40 miliardi di euro di debiti della PA era un anticipo al 2013 di una misura che, a legislazione vigente, andrà in vigore dal 2015: l’aumento dell’addizionale regionale Irpef fino al 3,33 per cento, quasi il doppio del livello massimo attuale. L’ipotesi sembra ad oggi archiviata – per fortuna – perché sarebbe stata una non-soluzione: se per ripagare il debito accumulato con le imprese l’unica via fosse l’aumento dell’imposizione fiscale, si starebbe di fatto dichiarando la resa della classe politica rispetto agli interessi stratificati e consolidati che prosperano all’ombra della spesa pubblica.

Ci sarebbe di peggio, in realtà: la violazione dello spirito e della logica stessa del federalismo fiscale (ve lo ricordate?). L’ampliamento dei margini per le regioni e i comuni rispetto all’imposizione sul reddito delle persone fisiche, prevista appunto dai decreti attuativi del federalismo fiscale, prevedrebbe che accanto all’aumento delle imposte e dei tributi locali ci sia una contestuale e pari riduzione dell’imposizione fiscale statale. Per i contribuenti, cioè, la traslazione del carico fiscale dal centro alla periferia dovrebbe essere neutrale.

C’è da dire che il principio di invariata del gettito fiscale è stato già violato dalla recente riforma della Tares, di cui si discute in questi giorni. Una “patrimoniale mascherata”, l’hanno definita Massimo Fracaro e Nicola Saldutti nell’editoriale di ieri del Corriere della Sera (“che cos’è un prelievo legato alla dimensione degli immobili se non una (nuova) patrimoniale mascherata?“), un ibrido tra una tassa e un’imposta che comporterà una significativa maggiorazione rispetto alla vecchia Tarsu (le prime stime parlano di un aggravio tra il 20 e il 40 per cento per le famiglie, mentre per le attività produttive e commerciali si attende una vera stangata, con aumenti medi del 60 per cento e punte del 550 per cento per i ristoranti). Gli aumenti reali varieranno da Comune a Comune e i contribuenti candidati ad essere in cima alla classifica dei tartassati Tares potrebbero essere i cittadini napoletani, stante il principio della copertura totale del servizio rifiuti con la nuova tassa.

Dulcis in fundo, a luglio subiremo un ulteriore aumento dell’Iva, dal 21 al 22 per cento. È l’attuazione di una norma emanata dal governo Berlusconi, che già aveva alzato l’imposta di un punto. Il governo Monti l’ha rinviata di qualche mese, trovando una temporanea copertura alternativa ed evitando ai contribuenti italiani l’aggravio nel 2012. Ma ormai è arrivata, se non si provvede altrimenti. E questo “altrimenti” – per l’Iva, l’Irpef, la Tares, l’Ires e l’Imu – si chiama abbattimento della spesa pubblica, auspicabilmente evitando di incidere sulla spesa in conto capitale e sulle risorse destinate alla valorizzazione del capitale umano (istruzione, contrasto della disoccupazione, riqualificazione professionale, etc.). Si dia un’occhiata a quello che sta avvenendo nel Regno Unito di Cameron e Osborne per farsi un’idea.

La BCE – ha ricordato ieri Mario Draghi – “non può compensare l’inazione dei governi“. E l’Italia, che ha praticamente istituzionalizzato la nuova formula del “governo inattivo”, mostra in modo palese qual è il prezzo salatissimo dell’inazione.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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