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Il Capo riceve fuori porta. Tutti sul pullman e via, a prendere ordini da Grillo

Tutti sul pullman e via, a prendere ordini in località ignota, lontani da sguardi indiscreti e al riparo da telecamere. Il Gruppo Bilderberg, quanto meno, rende nota la location del suo meeting annuale, ma Grillo, evidentemente, preferisce metodi meno trasparenti. Giornalisti che inseguono autobus pronti a depistarli per non pregiudicare la riservatezza dell’incontro, inviati che finalmente stanano il ristorante prenotato per pranzo dagli onorevoli e fanno a gara per svelare le portate del menù da 20 euro. E così, tutti nel casale in campagna, come fosse una gita fuori porta.

Da copione, tutto era cominciato con la democrazia diretta e il governo del web, la trasparenza e la fede incrollabile nello streaming come volano del rinnovamento. Pochi mesi e siamo già alle adunate extra omnes, all’individuazione del nemico oggettivo e alla notte delle lunghe tastiere per la cacciata dei traditori. Del meeting di Tragliata – località che ha ospitato il conclave grillino – resterà ben poco, se non i paccheri con porcini e guanciale di Norcia e lo sgomento nell’assistere a scene di parlamentari della Repubblica che, in tenuta da scolari in visita all’agriturismo, si prestano al giochino dell’acchiapparella per non essere raggiunti dai cronisti alla fortezza di Don Rodrigo.

Tuttavia, al netto della natura esoterica e un po’ buffa dell’incontro, la sua eco mediatica rischia colpevolmente di far passare in secondo piano un dato politico che segna un momento cruciale nella storia del Movimento 5 Stelle. Quello di ieri, infatti, non è che il primo dei tentativi di ricompattare il consenso attorno al leader maximo e riaffermare il principio indiscutibilmente verticistico e centralizzato con cui viene deliberata la linea di partito. L’incapacità di gestire il fenomeno dei dissidenti – del tutto fisiologico e preventivabile, ma forse trascurato dalla tracotanza del genovese – potrebbe, nel lungo periodo, decretare la morte per emorragia interna di una creatura che tende sempre più ad assumere i connotati di una sbornia transeunte ed effimera nell’attuale fase della politica italiana.

Al tempo stesso, il ricorso all’adunata in gran segreto, l’impartizione lapidaria di direttive inviolabili, l’abuso di un linguaggio riottoso, il pronostico di gravi disordini sociali (che suona quasi come una minaccia), la tempestiva rettifica delle espressioni spontanee e personali dei parlamentari, i divieti di comunicazione con i media e l’invito piuttosto persuasivo ad un uso ponderato dei social network sono testimonianza della presenza di un germe totalitario e di un’attitudine cesaristica verso cui è bene non abbassare la guardia.

In fondo, all’origine dei disguidi e delle prime fratture vi è la natura stessa di un movimento afflitto – molto più di qualsiasi altro partito – da disturbi dissociativi dell’identità, o potremo chiamarla sindrome di Uno, Nessuno e Centomila. Da un lato, infatti, c’è l’Uno, il vertice assoluto, l’indiscutibile princeps inter pares, probabilmente cinico e disinteressato, spinto da ragioni che si possono ipotizzare (le peggiori o le migliori, poco importa), ma che non è dato conoscere. Dall’altro lato, però, c’è Nessuno, il gruppo dirigente del movimento, che lo dirige solo sulla carta, ma di fatto non ha alcuna voce in capitolo né la forza politica per poter prendere in mano le redini della situazione. Vive nel suo mondo crepuscolare, fatto di “povere piccole cose”, di social network, scie chimiche, DVD di Giulietto Chiesa sull’11 settembre, signoraggio bancario, condivisioni Facebook, blog e parlamentarie. Infine, vi sono i Centomila, che in realtà sono nove milioni, nonché il 25,5% degli elettori italiani e che – in sostanza – del gruppo Bilderberg e del detersivo naturale per raggiungere l’obiettivo inquinamento zero, francamente, se ne infischiano.

Ecco, questa convivenza di tre identità così distinte e confliggenti, agli onorevoli cittadini del Movimento non è chiara. Credevano di essere approdati in Parlamento grazie alle loro idee, con i tanti like sudati su Facebook e che, una volta passate le primarie online, delle loro azioni avrebbero risposto solo a se stessi e ai loro elettori. Si erano illusi che Beppe Grillo potesse servire soltanto da megafono per spegnere il computer e iniziare a fare proseliti con la testa fuori dalla loro cameretta. Si sbagliavano. Il Capo è il Capo: o con lui o contro di lui. Tutti sul pullman, e chi si siede per ultimo paga da bere. Anche al conducente.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Il Capo riceve fuori porta. Tutti sul pullman e via, a prendere ordini da Grillo”

  1. Giulio74 scrive:

    Bravo Venanzi, hai espresso il concetto con una chiarezza che raramente ho trovato negli scritti delle penne più illustri del giornalismo italiano…

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