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Il “popolo”, questo sconosciuto. Evoluzione di un termine abusato e svuotato di senso

Noi siamo il popolo! Noi rappresentiamo il popolo! Dice. Ma quale popolo?

“Popolo”: nel suo dizionario filosofico da passeggio Voltaire, usa la parola “popolo” (se il mio computer ha contato bene) 119 volte. Alla voce del suo dizionario “FRODE. SE SIA NECESSARIO USARE PIE FRODI CON IL POPOLO”, il filosofo francese mette un dialogo tra due personaggi:

Il fachiro Bambabef incontrò un giorno un discepolo di Kung Fu-tzu, che noi chiamiamo Confucio, e questo discepolo si chiamava Uang. Bambabef sosteneva che il popolo ha bisogno di essere ingannato. Uang invece affermava che non bisogna mai ingannare nessuno.

BAMBABEF: E che! Voi credete che si possa insegnare la verità al popolo senza sostenerla con delle favole?

Popolo. Nell’Atene di Pericle si chiama demos, e significa due cose: assemblea generale della città da un lato, e generalità della popolazione che proprio attraverso tale assemblea partecipa al governo, e quindi esercita la demokratia, dall’altro. Demos e comunità intera (polis) erano identificati l’una nell’altra.

A Roma in principio furono i patrizi e la plebe. Erano patrizi quelli che appartenevano a un certo numero di gentes patrizie, erano plebei tutti gli altri. Della plebe facevano parte anche famiglie divenute col tempo agiate e ricche – la plebe non era quindi solo una folla di vinti assoggettati. La plebe era fatta di ricchi e di poveri – i plebei erano partecipi delle religioni di Roma, erano membri delle curie, militavano nelle file dell’esercito, entreranno anche nelle maglie del potere.

Poi la parola plebe ha preso altre accezioni, ha smesso di significare popolo non patrizio ed ha iniziato a significare “volgo informe e ignorante, ottuso e primitivo/ancestrale”, e Voltaire scriverà: “Quando la plebaglia vuol mettersi a ragionare, tutto è perduto”. Sono parole complicate. Popolo, plebe e via dicendo non hanno mai avuto un significato unico e fermo nella storia. Oggi con popolo si intende “gli italiani”, o meglio “quegli italiani che non appartengono alla casta”. Ma che significato è?

Fino a tutti gli anni settanta, fino al crollo delle identità della modernità, quando si parlava di popolo, si faceva riferimento ad un ben chiaro sistema di valori. Il popolo era quella fetta di sociale che, fondamenta primaria della comunità, si trovava incluso nel senso di comunità, ma escluso dalle potenzialità di crescita a trasformazione, verso il meglio, che la comunità prevedeva per le classi agiate, ed ideologicamente escludeva per il popolo. Era una questione di diritti negati, non solo diritti democratici, ma diritti relativi alla possibilità di negare e trasformare la propria condizione.

Il popolo si poteva manifestare mediante due modalità. Popolo cosciente della propria condizione, e che aspirava ad un suo riscatto – e popolo non cosciente della propria condizione, che non aspirava ad alcun riscatto perché incosciente del concetto stesso di riscatto. Quando si parlava di popolo si parlava di un corpus impegnato nel proprio upgrade sociale e culturale, che combatteva per il proprio upgrade sociale e culturale, e che lo faceva, appunto, mediante l’applicazione culturale, mediante il raggiungimento di una maturità etica e morale, mediante un percorso di emancipazione.

Il popolo si trovava innanzi alle ideologie. Ideologie paternalistiche che gli attribuivano qualche prebenda, qualche contentino, per poi lasciarlo allo stato in cui si trovava – e ideologie post/para/meta rivoluzionarie che insegnavano, e davano, al popolo quegli strumenti culturali che avrebbero permesso al popolo di intraprendere il proprio cammino di rinascita. Ma ci siamo dimenticati del popolo inconsapevole. Quello andava risvegliato. Chiamato all’azione. Non c’è nulla di più difficile di inventare una coscienza a chi non ce l’ha. Ma in un modo o nell’altro ci si provava e ci si riusciva. Il popolo veniva stimolato, pungolato, agito, guidato, pure a costo di usare la forza, e instradato sui suoi binari ideali della sua “liberazione”. Il popolo era ricerca della consapevolezza, della maturità, della trasformazione.

Ma cos’era il popolo? Il popolo erano tutti al netto dei ricchi e dei borghesi? No. Il popolo era chi intraprendeva il cammino di cui sopra. Il resto, l’indifferenziato, era… massa. E nella massa forte peso l’aveva quella piccola borghesia. Gretta, ferma, ottusa, fiera delle proprie catene, imbullonata nella propria incapacità di orizzonte, incardinata nel proprio immobilismo. La piccola borghesia era il cane da caccia del ricco, lo schiavo perfetto, perfettamente identificato nel padrone, nel consumo coatto, nel “l’erba del vicino è sempre uno schifo, fetida, pericolosa, perché non è la mia, l’unica che conosco”.

La differenza tra massa e popolo era chiarissima. Il popolo era pensante, la massa era amorfa e pericolosamente, inconsciamente, reazionaria. La cosa interessante è che il popolo, maturo, era intollerante al populismo, la massa, inerme, invece, era ipnotizzabile dai populisti. La piccola borghesia era, oltremodo, la scherana del populismo. Il popolo si impegnava, i piccolo borghesi azzannavano dove sentivano puzzo di preda moribonda. Il sacerdote populista offre ai suoi credenti, sempre, il simulacro/feticcio di una preda moribonda.

Passano gli anni… e le parole cambiano. 1994: come fare a non usare più le categorie popolo e massa? Semplice, da oggi si userà “gente”. Con “gente” si chiudono i conti col concetto di classe. Gente è tutto. Gente sembra un pensiero post ideologico. Ma gente è… una ideologia. Una ideologia che indifferenzia tutto. Gente è quelli che vogliono vivere in pace, che vogliono la felicità, che poi vorranno l’amore, che poi vorranno la libertà, cioè tutti. È una ideologia agnostica, è l’ideologia della centrifuga.

Passano gli anni e dimenticato il marxismo, che è un ricordo, e il cattolicesimo politico, che è un ricordo, e il pre/post fascismo, che è una memoria, e il liberalismo, che in Italia manca da un secolo, si può tornare ad usare la parola popolo. Allora dice la politica: “noi siamo il popolo”. Ma venti anni di fusione della qualità culturale e della superficializzazione spettacolare dei discorsi pubblici hanno fatto il crash della coscienza sociale. E cosa troviamo oggi, tra l’altro, nel concetto di popolo? Oggi popolo è un concetto ampio e monstre dove alloggiano insieme i significati di ex popolo, massa, plebe e gente.

Lì in mezzo ci sono anche quelli che non hanno ragione. Il disonesto ha torto, l’apostata ha torto, il qualunquista ha torto, l’evasore ha torto, il gretto ha torto, il violento ha torto, l’ignorante tronfio e fiero della sua ignoranza ha torto, il fanatico ha torto, il limitato ha torto, chi fa politica senza coscienza politica ha torto, chi ricatta ha torto, chi nebulizza odio e rancore ha torto, chi rifiuta il dialogo ha torto, chi pensa con l’utero o col fegato ha torto. Tutti questi non sono popolo, ma il corpus, nell’accezione di Voltaire, che quando “vuol mettersi a ragionare tutto è perduto”. Nominarli popolo vuol dire travestirli da ciò che non sono in nome della retorica per la quale il popolo, in quanto “vero” ha sempre ragione – e così mi prendo i suoi voti.

Questo popolo/non popolo va politicamente rincorso? In un’ottica strumentale, sì – in tutte le altre ottiche, no. Questo popolo/non popolo non è amico. Per farlo felice, per inseguirlo, si rischia il suicidio di massa… culturale e civile. Sta bene dove sta. Lasciamolo lì. E se no inseguiamolo pure. Appiattiamo e schiacciamo tutto, travestiamoci da esso. Ma non chiamiamolo popolo, il popolo era una ipotesi di coscienza in una dialettica di coscienze, non massa pura, fine a sé stessa, da nutrire far ingrassare, far moltiplicare e poi mungere, a fini di consenso.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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