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La Corea del Nord è un cane che abbaia, ma che non morderà

Una crisi in Corea non si era mai spinta fino a questo punto. Dopo la fine della guerra, nel 1953, nemmeno i numerosi incidenti navali (da ultimo, l’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan nel 2010) e gli sporadici scambi di colpi d’artiglieria (come il bombardamento dell’isola di Yeonpyeong, sempre nel 2010) avevano generato un simile livello di allerta.

Mai, come in questa crisi, sono stati compiuti così tanti passi in direzione di un conflitto: chiusura della frontiera, interruzione delle linee rosse per le comunicazioni d’emergenza fra Nord e Sud, chiusura dell’impianto industriale “trans-coreano” di Kaesong, annullamento dell’armistizio del 1953, mobilitazione, ordine di allerta numero 1 (“pronti al fuoco”) per tutte le unità di artiglieria nordcoreane, autorizzazione all’uso delle armi nucleari contro obiettivi statunitensi, schieramento di missili a medio raggio (i Musudan) lungo la costa orientale, dove possono colpire anche il Giappone.

Kim Jong-il non era mai arrivato a tanto. Il giovane figlio e suo successore Kim Jong-un ha compiuto tutti questi passi, uno in fila all’altro, in meno di un mese dall’inizio della crisi. Il problema dell’essersi spinto così oltre sarà poi la difficoltà a tornare indietro, se intenderà porre fine alla crisi senza scatenare una guerra vera e non solo annunciata.

Gli Stati Uniti rispondono con tanta prudenza e molto scetticismo. Benché il segretario alla Difesa Chuck Hagel abbia definito la situazione “realmente pericolosa”, le mosse sul campo sono limitate al minimo indispensabile. La VII Flotta è in allerta, le forze aeree americane hanno dato una dimostrazione di forza nucleare facendo volare i vecchi bombardieri B-52 e i più recenti e “invisibili” B-2 sui cieli della Corea, durante le manovre congiunte con Seul. Le attuali difese anti-missile (Patriot Pac-3 a terra e Standard 3 sulle navi americane e nipponiche) dovrebbero bastare per coprire gli obiettivi in Corea del Sud e Giappone da un eventuale lancio di testate nucleari nordcoreane, ma per comunicare un ulteriore segnale di risolutezza, gli americani hanno annunciato lo schieramento di batterie di missili anti-missile Thaad anche a Guam, nel Pacifico, a copertura della locale base statunitense.

Al di là della flessione di muscoli, comunque, Washington non sembra affatto intenzionata a passare all’azione. A terra, nei pressi del possibile fronte, non c’è alcun grande movimento di truppe. Le forze di rincalzo statunitensi (il grosso della 2^ divisione di fanteria, la 3^ divisione marine, la 25^ divisione di fanteria) non sono state schierate. L’America resta seduta, attende che sia Pyongyang a compiere, eventualmente, la prima mossa. E nessuno crede che la compia. Anche questa scelta, apparentemente la più prudente, comporta dei rischi immensi. Se Kim Jong-un parlasse sul serio e dovesse veramente sferrare un attacco nucleare e/o convenzionale alla Corea del Sud, l’amministrazione Obama sarebbe considerata colpevole di non aver attaccato per prima. Anche se l’attacco nordcoreano non dovesse partire, un atteggiamento americano troppo passivo potrebbe essere giudicato male dai governi di Tokyo e Seul, entrambi nazionalisti e desiderosi di dotarsi di un proprio deterrente nucleare. Troppa inerzia, da parte dell’amministrazione Obama, potrebbe significare una frammentazione dell’alleanza asiatica.

Un attacco preventivo, d’altra parte, darebbe certamente inizio a una guerra che nessuno dei belligeranti (specie la Corea del Sud, in prima linea) si può permettere. Fra l’inattività e l’attacco preventivo vi sono mille sfumature di escalation. Gli Usa potrebbero decidere di rafforzare le loro forze di terra, navali e aeree, far presente al regime di Pyongyang che ogni mossa delle sue forze missilistiche verrebbe interpretata come un attacco imminente a cui rispondere militarmente. Obama ha comunque deciso di non intraprendere alcuna di queste mosse. Prima di tutto perché è convinto che Kim Jong-un non stia facendo sul serio. E secondariamente perché ritiene che troppa escalation possa facilitare lo scoppio di un conflitto, quasi come un attacco preventivo.

La non-azione americana, dunque, è una scommessa. Difficile, anche se ragionevole. La convinzione che la Corea del Nord non attaccherà si fonda su un calcolo razionale dei rapporti di forze e su un’analisi (altrettanto razionale) del comportamento della leadership di Pyongyang. I rapporti di forza, manco a ricordarlo, sono estremamente favorevoli al Sud e agli Stati Uniti. Dalla parte del Nord ci sono solo i numeri: una superiorità numerica schiacciante rispetto al Sud e agli Usa. Il problema è che fra le truppe alleate e quelle comuniste ci sono almeno tre generazioni di armamenti di differenza. Le forze armate nordcoreane sono solo un grande museo a cielo aperto della Guerra Fredda. Il loro carro armato standard è ancora il T-62 (quello dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, tanto per intenderci) e più numerosi ancora sono i T-54 (quelli dell’invasione dell’Ungheria). Artiglieria, mezzi corazzati per il trasporto truppe e razzi sono tutte produzioni sovietiche degli anni ’60, ’70 e ’80. In guerra, tutta questa antica ferraglia dovrebbe scontrarsi con il non plus ultra della tecnologia militare statunitense degli anni 2000.

Sarebbe uno scontro impari dall’esito pressoché scontato, quasi come le guerre coloniali europee in Africa (ma ricordiamoci che gli italiani hanno perso ad Adua…). Fa sperare ancora meglio, però, l’analisi razionale del comportamento di Kim Jong-un e dei suoi militari. Un’analisi che si può riassumere con il tradizionale detto: “can che abbaia non morde”. Se questo è vero per quasi tutte le guerre, per la Corea del Nord è vero due volte. Per motivi molto pratici: l’unico punto di forza di Pyongyang è la sorpresa. Le sole unità d’élite del regime comunista sono infatti le forze speciali (tristemente famose per i numerosi rapimenti di cittadini giapponesi) e quelle missilistiche. Sia le une che le altre possono infliggere danni gravi solo se usate senza alcun preavviso. Altrimenti i commandos possono essere fermati da un esercito e da una polizia in allerta e i missili possono essere intercettati da batterie anti-missile già pronte al fuoco.

La mossa che la Corea del Sud teme di più, il bombardamento di Seul da parte dell’artiglieria nordcoreana, sarebbe anch’essa efficace solo se effettuata di sorpresa. Altrimenti le batterie americane e sudcoreane, appoggiate dall’aviazione, possono neutralizzare la minaccia in pochi minuti. Bene: finora Kim Jong-un ha fatto tutto il contrario di un attacco a sorpresa. Ha annunciato tutti i livelli di allerta della sue forze, ha compiuto manovre militari ben visibili, ha pubblicamente annunciato un’allerta nucleare e, ieri, ha spostato i suoi missili Musudan in modo plateale, per far sì che il nemico li vedesse bene e ne desse la notizia ai media.

I casi sono due: o il giovane leader nordcoreano è veramente folle, o quella di Kim Jong-un è una manifestazione di forza, ad uso interno ed esterno. Non la preparazione di una guerra vera. Gli americani, dunque, non hanno tutti i torti a non dargli troppa importanza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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