Ai saggi, la stessa sorte dei tecnici. Capri espiatori di una politica impotente

di FEDERICO BRUSADELLI – Cadendo nel tranello della Zanzara – il programma radiofonico grazie al quale gli scherzi telefonici assurgono al rango di eventi politici – il professor Valerio Onida non poteva fare regalo migliore a Silvio Berlusconi. “I saggi sono inutili, servono a perdere tempo”, dice a una falsa Margherita Hack il costituzionalista chiamato da Giorgio Napolitano proprio per far parte di uno dei due tavoli che dovrebbero (ma forse sarebbe meglio dire “avrebbero dovuto”) stemperare le tensioni di una difficile fase post-elettorale e preparare il terreno per la scelta del nuovo governo e del nuovo presidente della Repubblica. “E Berlusconi, che vuole garanzie, dovrebbe invece pensare alla pensione”, prosegue Onida.

Musica per le orecchie del Cav, da giorni alla ricerca di un appiglio, di un qualunque pretesto per poter rovesciare il tavolo delle trattative imbastito dal Quirinale, rientrare nella partita per il Colle e minacciare un ritorno alle urne che i sondaggi gli prospettano gravido di soddisfazioni.

E infatti. “Questa storia dei saggi è bene che si chiuda, anche per il bene del presidente Napolitano: gli hanno fatto fare una figuraccia, ora si tratta di salvaguardare l’onore e l’autorevolezza del capo dello Stato”, pare abbia detto Berlusconi ai suoi dal quartier generale di Arcore, ieri sera. Un’indicazione chiara anche per Gaetano Quagliariello, il “saggio” in quota Pdl al quale già era stato intimato, prima del caso Onida, di darsi 48 ore di tempo prima di lasciare la commissione. Quanto a Onida farebbe bene a dimettersi, dicono i berlusconiani sventolando il contenuto di una conversazione telefonica “privata”, prima di riprendere il megafono contro giornalisti e magistrati per invocare il rispetto della privacy e della vita privata del loro leader.

Un’escalation alla coreana che minaccia di far precipitare una situazione politica già drammaticamente fragile e sfilacciata. Un’elezione senza vincitori, i veti incrociati che rendono impossibile una soluzione “responsabile” di tipo europeo (una “grande coalizione” per le riforme), il Pd alla vigilia della resa dei conti, il partito berlusconiano che assapora la rivincita e si stringe attorno al Cav, rimandando ancora una volta a data da destinarsi la ristrutturazione (probabilmente chimerica, ormai) del centrodestra.

Al centro del groviglio di tensioni, nel ruolo che per mesi è stato di Mario Monti, si ritrova ora direttamente Giorgio Napolitano. Il quale si appresta a chiudere il suo settennato come non avrebbe voluto. Circondato da salamelecchi e lusinghe (la “saggezza del presidente”, la “fiducia nel Quirinale”, la campagna per una sua proroga sul Colle…), che davanti alla scelta di istituire i due “tavoli” hanno lasciato il passo alle diffidenze e alle critiche strumentali, talvolta alle ironie. Eppure non c’erano grandi alternative – neppure per il capo dello Stato in carica la possibilità di sciogliere le Camere – davanti a un sistema politico che non è più solo “bloccato”, ma inservibile. E forse le sue dimissioni con qualche giorno d’anticipo sull’inizio delle votazioni per il nuovo inquilino del Colle avrebbero migliorato la disponibilità di Pd e PdL a ragionare, anziché a guerreggiare fino alle elezioni del suo successore? Difficile pensarlo. E troppo facile prendersela con il presidente “temporeggiatore”; facile imbastire una vulgata politica che racconta di Napolitano e Monti soli contro tutti, contro “la politica” e contro “l’antipolitica”; facile raccontare e raccontarsi che quel che sta accadendo è solo una disfunzione accidentale del sistema e non il default generale di una Seconda Repubblica nata male e finita peggio.

Le ingenuità di Onida fanno il paio con gli incidenti di percorso di Monti e dei suoi ministri: ai saggi tocca, con una parabola accelerata, la stessa sorte dei tecnici. Ovvero, diventare il capro espiatorio di un sistema politico che ha sempre, come è giusto, l’ultima parola. E che però la usa per dirsi che la colpa è sempre degli altri e che, vedrete, una nuova campagna elettorale ci salverà.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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