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Non è un Paese per sagge

– Tutti gli uomini del Presidente. Quando sabato scorso Giorgio Napolitano ha parlato al Quirinale in tanti abbiamo tirato un respiro di sollievo, ammettiamolo. Anzitutto perché l’ipotesi dimissioni era tra le più inquietanti che lo scenario politico ci poteva consegnare (che questo Parlamento avrebbe eletto in tempo utile un nuovo Capo dello Stato si poteva escludere a priori, e conferma ne è stato quel balletto di tre giorni per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, elezioni che poi si sono risolte in scelte politicamente discutibili, ma queste sono considerazioni personali).

Quella del “modello olandese” è stata accolta come una soluzione, o – meglio – un tentativo di soluzione, accettabile. Un collegio di saggi da affiancare ai tecnici per uscire dall’impasse creata dalla politica. Un team di giudiziosi esperti che avrebbero dovuto curare il cancro di questa democrazia malata: il partitismo a senso unico. Un sistema fatto di piccoli movimenti che non riescono a guardare oltre i propri simboli e che fanno di tutte le battaglie politiche non la persecuzione del bene comune ma un pretesto per racimolare due voti in più. Quindi, a sentire Napolitano, uno si diceva: “Massì, proviamo il tutto per tutto, che abbiamo da perdere?”.

Il problema è che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, in questo caso due commissioni. Già, anche il “modello olandese” si è quasi subito trasformato in un’accozzaglia tutta italiana di vecchi volti e poche novità. E scorrendo la lista dei saggi questa sensazione via via si faceva certezza. Gaetano Quagliariello era convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, Luciano Violante è il simbolo vivente dell’epoca degli inciuci, Enrico Giovannini è il presidente dell’Istat e se c’è qualcosa oggi che è meno credibile della politica sono le statistiche (che, anche se non lo sono, appaiono sempre sbagliate o arbitrarie), Moavero Milanesi è un ministro del governo Monti e quindi un tecnosaggio, suppongo.

Ma a ben vedere, in tutto questo parterre di super-geni dell’economia e delle scienze sociali non c’è nemmeno una donna. Nemmeno l’ombra di una donna, per essere precisi. Perché, vien da pensare, la politica è un lavoro da uomini e di donne sagge non ce ne sono. Non che ne vorrei almeno una in nome di quelle quote rosa che sono un incubo e non una conquista, o per appartenenza al genere. Figuriamoci. Ma la mancanza del cosiddetto gentil sesso tra chi dovrebbe salvare le sorti del Paese è di per sé emblematica. Che sia l’ennesimo automatismo, autoindotto e probabilmente anche inconscio, di un Paese abituato a dare poco credito alle donne e che ricorda, ahimè, quella vecchia battuta di Nanni Moretti: “Chi pensa male vive male”?

Dalla Presidenza della Repubblica, una volta sollevata la polemica, hanno fatto sapere che “i saggi son stati scelti con criteri oggettivi e in funzione del lavoro già svolto e di ruoli già ricoperti“. Napolitano si è scusato sul sito del Quirinale: Non-intendevo-escludere-le-donne. Va bene. Ma la situazione non cambia di molto. Il comportamento pavloviano è indicativo: stiamo dicendo che in tutta Italia non c’era una donna, una sola, degna di sedere a quei tavoli per competenza, pardon per saggezza? Sinceramente non credo. E il messaggio che è passato sabato scorso è stato che a contare, in Italia, son sempre e solo gli uomini.

Nel nostro Paese le donne son più della metà della popolazione, ma evidentemente nessuna è così saggia da poter essere scelta per le commissioni del Quirinale. Anche solo staticamente parlando, mi sembra impossibile. La presenza femminile in Parlamento oggi è del 31%, la più alta della storia repubblicana. Numeri alla mano, a laurearsi con minor tempo, in misura maggiore e con migliori risultati in Italia sono le studentesse universitarie e non i loro colleghi maschi.

Eppure, davanti ad una delle crisi politiche più nere della storia repubblicana, anche un Presidente illuminato come Giorgio Napolitano (uno che aveva detto cose come “Il livello di uguaglianza tra i sessi è un indicatore, un termometro del grado di civiltà di una nazione”) non ha avuto dubbi. Sono gli uomini quelli che risolvono i problemi. Beninteso, probabilmente sono anche gli stessi che li creano visto che mai nessuna donna ha (ancora) guidato un governo in questo Paese.


Autore: Claudia Osmetti

Libertaria, nata in Valtellina nel 1986, si è laureata in Giurisprudenza all'Università degli studi di Siena con una tesi in diritto pubblico comparato. E' attualmente iscritta al master in giornalismo dello Iulm di Milano. Ha scritto per il quotidiano Libero, occupandosi di esteri e di politica americana e per alcune riviste on-line come RadicalWeb, occupandosi principalmente di geopolitica e diritti civili. E' appassionata di opera e musica classica.

One Response to “Non è un Paese per sagge”

  1. creonte scrive:

    il problema è semmai che in certi settori (statistica economica, diritto costirtuzionale..) non riescono a farsi largo le donne.

    la scelta poi dei saggi è una conseguenza.

    ma per lo stesso motivo mi chiedo perchè mai faccio fatic a a trovare oggi degli insegnanti maschi nelle nostre scuole, ridotte ormai a un gineceo.

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