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La minaccia alla stabilità è il sistema bancario italiano

– Mentre la politica si dibatte alla ricerca di una qualche forma di equilibrio (si consiglia la lettura di qualche testo sulla Teoria dei Giochi, poco conosciuta ma utilissima per comprendere alcuni meccanismi dei giochi competitivi), i temutissimi mercati hanno riaperto i battenti.

L’indice FTSE-MIB ieri ha chiuso in pesante ribasso (-2,28%), il cambio euro/dollaro era sotto la soglia di 1,30 (1,285), lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi  pari a 331 punti base. Non si è assistito ad un deterioramento della situazione sui mercati finanziari (ringraziare la saggezza e la lucidità del Presidente Napolitano), tuttavia si deve mantenere uno stato di allerta alto, visto che l’instabilità politica ed economica italiana favorisce la rapida formazione di turbolenze. In questa fase, a causa del precedente bombardamento mediatico, si parla molto di quello che “Il Foglio” chiama Lady Spread, ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi, non considerando il vero fattore di rischio attuale: il sistema bancario.

Alla chiusura di mercoledì, le società finanziarie dell’indice FTSE-MIB hanno chiuso tutte in negativo: Intesa (-2,58%), Unicredit (-4,08%), UBI (-3,76%), Banco Popolare (-5,54%), MPS (-2,78%), Mediolanum (-2,29%, anche a causa della richiesta di 334 milioni di euro da parte dell’Agenzia delle Entrate), Generali (-2,72%), quest’ultima soggetta ad un profondo processo di rifocalizzazione di business, grazie al progetto dell’AD Greco, deciso a smobilizzare la maggior parte delle partecipazioni strategiche detenute dal leone alato. Da soggetto della galassia Mediobanca, protagonista pivotale del nostro vituperato (a ragione) capitalismo di relazione, il colosso triestino tornerà ad occuparsi di assicurazioni, con l’obiettivo di garantire la remunerazione dei propri azionisti.

Tolto l’esempio Generali il sistema bancario italiano è in difficoltà. Secondo i dati relativi al gennaio 2013 (fonte la voce.info) le sofferenze complessive ammontano a circa 125 miliardi di euro (pari a circa l’8% del PIL 2012) in aumento di circa il 17% rispetto all’anno prima. La crisi del sistema imprenditoriale nel ripagare i debiti ha reso fragili i crediti detenuti dalle banche, costrette dai criteri severi di Basilea 3 e dai rigorosi controlli di Bankitalia ad effettuare pesanti svalutazioni sul bilancio di fine anno.

Basti vedere la situazione di MPS, che chiude il 2012 con perdite pari a 3,2 miliardi di euro dopo aver contabilizzato correttamente le posizioni dei derivati stipulati (Santorini, Alexandria, ecc.). Oltre a questo fenomeno legato al deterioramento delle condizioni dell’economia reale, si deve considerare l’esposizione del sistema bancario ai nostri titoli di Stato. Come noto, le iniezioni di liquidità fornite dalla BCE al sistema bancario europeo sono state utilizzate, almeno nel caso italiano, per acquistare titoli di Stato, contribuendo a diminuire la quota di debito detenuta da investitori esteri. Ad oggi le stime parlano di un 65% di debito in mani italiane a fronte di un 35% di proprietà estera. Ciò implica uno spostamento del rischio dallo spread normalmente inteso ai portafogli titoli delle banche.

Se, per ipotesi, ci fosse una massiccia vendita di titoli di Stato italiani si assisterebbe ad una brusca caduta del corso dei titoli. Questo porterebbe a perdite per i fondi d’investimento esteri e ad un drammatico peggioramento dei bilanci delle banche italiane. Sempre Basilea 3 impone l’effettuazione dell’operazione di “mark to market” (rettifica del valore dei titoli a corsi di mercato) su tutti i titoli detenuti dagli istituti finanziari, non solo su quelli disponibili alla vendita. Questo significa, nelle condizioni ipotizzate, effettuare pesanti svalutazioni, che andrebbero ad intaccare il patrimonio degli istituti, portandolo al di sotto del Core Tier 1.

Si dovrebbe perciò procedere ad un’immediata ricapitalizzazione, operazione oggi difficilmente realizzabile a causa delle difficoltà enormi in cui si dibattono le fondazioni bancarie, non disposte a diluirsi, e dalla mancanza di liquidità degli investitori italiani. Ciò metterebbe in vendita i nostri istituti bancari a prezzi di saldo, rendendoli nel frattempo in condizioni di precario equilibrio e ponendo le basi per possibili nazionalizzazioni mascherate (come nel caso di MPS). In conclusione, si consiglia di osservare attentamente l’andamento delle nostre banche. Lì si annida la vera minaccia alla stabilità del nostro sistema finanziario. Estote parati.


Autore: Davide Burani

Nato a Saronno nel 1983, liberaldemocratico di formazione, laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, ha sempre lavorato nel mondo della finanza, di cui è appassionato cultore. Oggi è in fase di "riconversione professionale".

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