Eolico e corruzione, un binomio che si scioglierà quando finirà l’ingerenza pubblica

La più grande confisca di beni mai effettuata in Italia. Tale è l’entità del sequestro in atto da ieri da parte della DIA ai danni di Vito Nicastri, il noto imprenditore leader del settore eolico e fotovoltaico, soprannominato “re del vento” dal Financial Times per la sua posizione predominante nello sviluppo di campi eolici in Italia, acquisita, secondo le indagini, dalla contiguità con gli interessi del crimine organizzato.

La cifra record confiscata dall’Antimafia ammonta, infatti, a beni per un valore di più di un miliardo e trecentomila euro. Nicastri è accusato di rivestire il ruolo d’interlocutore tra Cosa Nostra e le imprese del settore delle rinnovabili, come sembrerebbero rivelare anche alcuni dei pizzini rinvenuti all’arresto dei boss Lo Piccolo.

La persona sbagliata nel ruolo sbagliato, diranno molti – soprattutto ecologisti e sostenitori del modello eolico e fotovoltaico per lo sviluppo di energie alternative. In realtà, alla base della confisca operata dalla DIA non vi è che uno dei tanti, ricorrenti episodi di malaffare imputabili ad un eccesso di intermediazione pubblica, talmente cospicua in alcuni settori da potersi definire vitale per il business stesso. Il miliardario giro d’affari che ruota intorno al settore delle energie rinnovabili non fa alcuna eccezione.

Di fatti, la convinzione che il sistema di corruzione, voto di scambio, pressioni illecite e appalti truccati che grava come un macigno sulle spalle di cittadini e imprese possa essere smantellato erogando fondi per scopi apparentemente nobili come il miglioramento delle condizioni ambientali è del tutto fallace. Altrettanto fallace, invero, è la fede nella moralizzazione di un meccanismo marcio sostituendone i vertici che siedono nella stanza dei bottoni.

Alla radice del malaffare, infatti, non vi è che la stessa possibilità di corrompere o essere corrotti, ricattare o essere ricattati, scaturita da un sistema di finanziamento pubblico spesso indiscriminato o erogato su criteri di carattere politico ed elettorale. Troppo spesso, infatti, la concessione di sussidi per la costruzione di campi eolici o l’installazione di pannelli solari costituisce la più preziosa merce di scambio a disposizione di politici e amministratori in cerca di consensi.

L’unico modo ragionevole per spezzare le maglie della catena di corruzione è quello di svincolare il business delle energie rinnovabili dall’abbraccio mortale dell’intermediazione pubblica e dell’arbitrio della classe politica. L’elevato tasso di inefficienza registrato nel settore, infatti, è imputabile al fatto stesso che la sua sopravvivenza non sia legata al successo dei prodotti e del modello di business sul mercato, ma all’assoluta dipendenza dall’erogazione di denaro pubblico.

In vicende come questa, è innegabile il ruolo ideologico svolto dalla retorica ambientalista nel propagandare un modello di sviluppo energetico interamente sussidiato e intermediato per “correggere il tiro” rispetto alle scelte del mercato, orientato al settore delle energie tradizionali. D’altronde, il recente fallimento di Suntech – colosso cinese del fotovoltaico – e la bancarotta registrata da molte aziende del settore nate grazie ai sussidi e ai tax credit stanziati negli ultimi anni dall’amministrazione Obama dimostrano che non basta finanziare un business per ottenere i risultati sperati, ma che – al contrario – il legame con il legislatore e il beneficio di denaro pubblico a titolo gratuito spesso disincentivano l’efficienza, l’innovazione e aprono le porte all’intermediazione illecita.

È doveroso reputare Vito Nicastri innocente fino a prova contraria ma, al netto della vicenda giudiziaria che seguirà la confisca record, l’episodio dovrebbe indurre ad un serio ridimensionamento dell’intervento pubblico laddove il denaro dei contribuenti finisce per incrementare, ai danni della collettività, gli introiti della criminalità organizzata.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

4 Responses to “Eolico e corruzione, un binomio che si scioglierà quando finirà l’ingerenza pubblica”

  1. lodovico scrive:

    I piani di sviluppo dello Stato….nel chimico, nell’acciaio, nell’alluminio, nei pannelli solari…… non si può combattere la sfortuna.

  2. maurizio callegari scrive:

    Condivido totalmente aggiungendo che la vera legge anti corruzione sarebbe togliere potere di spesa arbitrario e discrezionale alla politica

  3. Marco Galliano scrive:

    Il sistema di incentivazione alle energie rinnovabili, all’eolico in questo caso, è assimilabile ad una pura e semplice istigazione a delinquere.
    Molto semplicemente gli enormi soldi rubati ai cittadini e dati in modo generosissimo agli “imprenditori” eolici hanno creato una vastissima organizzazione criminale ramificata specialmente al sud, ma non solo che, incredibile a dirsi, gode dell’appoggio di alcune sedicenti associazioni ambientaliste.
    Ogni anno 13 miliardi di euro vengono erogati per gli incentivi alle rinnovabili. Sono soldi forzosamente pagati da chiunque compri energia elettrica. Una buona fetta di questo denaro finisce nelle mani di truffatori e criminali che realizzano “parchi” eolici, centrali a biomasse e impianti fotovoltaici sui terreni a gricoli.
    In massima parte si tratta di impianti inefficienti, inutili e speculativi. Realizzati provocando enormi scempi ambientali e paesaggistici.
    Bisogna immediatamente eliminare queste incentivazioni e la magistratura deve mettere sotto accusa centinaia di persone.

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