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Mentre i saggi discutono sul Colle, i partiti iniziano a riposizionarsi per le nuove elezioni

Pierluigi Bersani non c’è riuscito. Ha cercato in tutti i modi di essere riconfermato leader del centrosinistra puntando sull’implosione di un governo di minoranza da lui presieduto. In questo modo avrebbe potuto dare la colpa agli altri partiti di scarsa responsabilità, in modo da poter rilanciare se stesso e tutto il suo apparato.

Purtroppo, per lui e per il gruppo dirigente del suo partito le cose non sono andate bene. In effetti, fin da subito, il suo disegno è apparso più un’utopia che qualcosa di attuabile. Primo, per il fatto puramente oggettivo dei numeri usciti dalle urne, che hanno reso possibile al Pd una maggioranza alla Camera ma non al Senato, e secondo perché l’impossibilità politica di fare alleanza con Berlusconi ha costretto il Pd alla folle trattativa con il M5S, visti gli scarsi risultati elettorali di Scelta Civica.

Di fronte all’incapacità di Bersani e dei democratici ora le redini sono in mano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, dopo il ricatto delle dimissioni (un bluff più che riuscito), sta cercando di trovare soluzioni condivise per trovare il bandolo di una matassa intricata. Sull’idea di Mario Mauro, e di un modello già sperimentato in Belgio e in Olanda, Napolitano ha dato vita a due gruppi di “saggi” per cercare non solo di far star buoni i mercati con una prorogatio al Presidente del Consiglio Monti, ma di far decantare gli attriti fra i vari movimenti politici tramite punti programmatici condivisi.

Questa soluzione però, applaudita all’inizio da tutti i partiti, ha iniziato a scricchiolare dopo solo 24 ore di vita. Il redivivo incarico (comunque a termine) a Mario Monti mina nuovamente il sistema bipolare (già messo a dura prova dalla comparsa del M5S) dando nuova energia a un movimento centrista ormai morto e sepolto dalle urne e questo non sta bene né al PdL né al Pd, che dovrebbero nuovamente spartire un bottino che la pausa dei tecnici gli ha fatto sfuggire di mano. Anche Grillo ha fatto sentire la sua voce dal suo blog mettendo in riga i suoi e sottolineando la sua posizione di “distruggi partiti”.

Proprio per questo i democratici, i pidiellini ed il M5S si stanno di corsa riposizionando per le prossime elezioni. Bersani, che vede solamente nella sinistra estrema la possibilità di allargamento dell’elettorato, sta continuando a chiudere le porte a Matteo Renzi, che sposterebbe il baricentro verso una visione social democratica molto più aperta decretando la morte di buona parte dell’apparato dirigente (molti analisti addirittura ipotizzano ancora un nuovo partito dei rottamatori).

Berlusconi invece è tutto proteso ad allargare il proprio consenso tra le parti moderate degli ex elettori Udc, Fli e i delusi da Scelta Civica (ove però Mario Monti spera in nuova linfa vitale ed elettorale dall’assist di Napolitano). Sondaggi alla mano, l’unico che vuole andare prima possibile a votare è proprio il Cavaliere, sia per i numeri che lo danno in vantaggio e sia per i guai giudiziari che incombono su di lui. Beppe Grillo, invece, ha solamente l’interesse di evitare troppa emorragia elettorale per rimanere nella posizione a lui più congeniale, cioè come controllore della “casta”.

Se si dovesse votare gli schieramenti del Pd, PdL e M5S avrebbero già programmato le strategie, mentre la composizione di un possibile governo di transito è stata lasciata in mano a Napolitano, con l’obbligo di evitare la catastrofe italiana nel mercato e di stilare qualche punto di convergenza fra le varie anime del Parlamento. I tempi si sono allungati e difficilmente si potrà tornare a votare prima della fine di luglio. Sempre se tutto andrà bene, perché nel mezzo ci sono i punti programmatici da dover condividere e la nuova elezione del Capo dello Stato, con un nome che possa andare bene per tutti. Considerata la litigiosità di questi giorni, si vedono veramente pochi spiragli per un percorso non accidentato e senza ostacoli.

Vista l’impossibilità di governare, a nessuno in realtà interessa questo governo di transizione e i fatti evidenziano partiti già con la testa verso le prossime elezioni. Solo un governo di scopo che durasse più del dovuto potrebbe cambiare le carte in tavola. In mezzo a tutto questo c’è l’Italia che resta a guardare i vari giochi. Con l’amaro in bocca.


Autore: Cristoforo Zervos

Nato a Modena nel 1972, vive a Roma. Giornalista pubblicista, si occupa di notizie di Cooperazione internazionale e di foreign policy, con un'attenzione particolare per gli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente. Ha collaborato con Liberal quotidiano e Formiche.net e ha un blog sull'Huffington Post. Gran collezionista di fumetti, ha anche la passione per la musica e suona la batteria. È sposato con Daniela e ha un figlio, Pietro.

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