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Contro le “quote di genere”, io difendo i “saggi” maschi

Ci possono essere ragioni plausibili per nutrire qualche dubbio sull’idea di Napolitano di scegliere due gruppi di personalità (di “saggi”) a cui affidare il ruolo di “facilitatori” nel percorso di predisposizione di un possibile programma di governo. È certamente un’iniziativa irrituale che modifica in nuce e de facto alcuni equilibri istituzionali in senso presidenzialista.

Esiste, nei fatti una squadra di consiglieri di nomina presidenziale e che riporta direttamente al Presidente della Repubblica. C’è un governo operativo che ha, in un certo senso, la “fiducia” del Presidente della Repubblica ma non chiede la “fiducia” del Parlamento. Tuttavia, nel momento in cui si riconosce al Colle non solo la legittimità, ma anche l’opportunità dell’azione intrapresa e quindi della nomina discrezionale di persone di sua fiducia, appaiono fuori bersaglio le critiche di chi contesta i nomi che sono stati scelti puramente sulla base del loro sesso.

Nei fatti sono in diversi ad aver rimbeccato Napolitano per la selezione di un team di soli uomini. Si tratta, in realtà, di reazioni da un lato ineleganti, perché si mette in dubbio il rispetto effettivo del principio di uguaglianza da parte di un Capo dello Stato che in questi sette anni non ha lasciato ombre da questo punto di vista – dall’altro stucchevoli, perché miranti in qualche caso a “guadagnare punti”, nell’ottica di possibili rivendicazioni “compensative”.

Francamente è difficile pensare che il presidente Napolitano abbia compiuto una scelta intenzionale e gender-sensitive di esclusione delle donne. Va detto che semmai nella politica di oggi è molto più frequente che avvenga esattamente l’opposto, cioè che sia proprio l’inclusione pregiudiziale di un certo numero di donne in alcuni contesti politici a risultare una scelta intenzionale e motivata da considerazioni di “politica di genere”.

Anche la formazione del governo Monti è stato un chiaro esempio di questo atteggiamento. Fino a pochi giorni prima della presentazione della squadra, i nomi dei papabili ministri che circolavano, sulla base del loro background tecnico, erano praticamente tutti di sesso maschile. Per come è andata la cronaca di quei giorni, è evidente che l’individuazione di alcune donne, tra l’altro in dicasteri “pesanti”, è avvenuta in una seconda e apposita fase di selezione – dando così la sensazione evidente che più che di elevare il livello tecnico dell’esecutivo, ormai fosse tempo di ottemperare a quote rosa non scritte. Non è da escludere che in questa fase potenziali candidati meritevoli siano stati scartati, perché c’erano già troppi maschi…

Se la “carta di genere” entra in gioco, è più facile che entri in gioco a favore delle donne piuttosto che a favore degli uomini. Lo conferma anche il fatto che vari politicidi diversa estrazione – abbiano affermato che a questo giro al Quirinale vorrebbero una donna (non con riferimento ad un nome specifico, ma intendendo una donna semplicemente in quanto donna), mentre nessun politico ha affermato di preferire o auspicare l’elezione di un uomo (non con riferimento ad un nome specifico, ma intendendo un uomo semplicemente in quanto uomo).

Napolitano, alla luce dei fatti, non ha fatto i suoi nomi sulla base di un pregiudizio maschilista; al contrario la sua scelta ha sortito un risultato coerente con la società di oggi. Del resto, se andiamo a passare in rassegna la composizione delle élite della politica, dell’economia, della burocrazia, del diritto o del giornalismo ci rendiamo conto che la prevalenza maschile è, in generale, netta. Nel presente contesto, operando in modo scevro da qualsiasi secondo fine e supponendo di compiere una scelta ideale “al buio”, il fatto che esca fuori una squadra tutta al maschile non è solamente un’eventualità che statisticamente ci può stare, ma è anzi forse proprio l’esito più probabile e prevedibile. Peraltro, chi ha fatto attività politica “di base” – nei partiti, nelle associazioni, nei think tank o anche semplicemente su internet – non avrà difficoltà a riconoscere come gli uomini tendono a prevalere significativamente, anche in termini di energie che devolvono “dal basso” all’attività politica.

Nei consessi politici in cui i partecipanti si auto-selezionano (riunioni, convegni, attività sul campo, forum telematici, etc.), anche in assenza di barriere all’ingresso, il rapporto di genere quasi mai è 1 a 1. È più facile che sia 8 a 2 a favore degli uomini, 9 a 1 e qualche volta anche 10 a 0. In queste condizioni forzare un equilibrio di genere tendenzialmente paritetico nei palazzi del potere vuol dire, di fatto, discriminare gli uomini e svilire il loro impegno; vuol dire dare ai maschi che fanno politica meno opportunità di crescita e di riconoscimento rispetto alle donne.

Va detto che la vicenda dei saggi ci ricorda anche un’altra cosa, cioè come i processi politici – ed ancor più i processi economici – siano molto spesso anche processi informali; e quindi è chiaro che qualsiasi tentativo di imbrigliare l’equilibrio di genere attraverso quote ed altri dispositivi artificiali tenderà a scontrarsi con il fatto che il “sistema” tende a riadattarsi continuamente verso gli assetti che reputa più funzionali… È così che magari c’è chi cerca di condizionare la formazione delle liste parlamentari con strumenti quali l’alternanza e la doppia preferenza di genere e oggi – ironia della sorte – si trova a scoprire che il parlamento non conta poi più di tanto e che il vero luogo in cui si fa la politica è tutt’altro… Dovrebbe in qualche modo servire da piccola lezione a chi rincorre illusioni costruttiviste, ma in realtà è probabile che invece rafforzi in molti lo stimolo a cercare di incanalare e controllare tutto, perché niente sfugga all’ingegneria sociale.

La vera questione – quella che si dovrebbe sempre tenere presente – è che la libertà non produce quasi mai esiti di “proporzionalità” rispetto agli indicatori demografici. E allora una delle più grandi conquiste culturali che dovremo compiere è proprio quella di cominciare ad accettare e rispettare esiti di differenza e di disuguaglianza anche netti, nel momento in cui essi scaturiscono da processi sociali, culturali ed economici e non dall’imposizione della forza. Nella nostra capacità di accettare che il successo o la “sovra-rappresentanza” di un certo gruppo in alcuni ambiti non hanno niente di intrinsecamente sbagliato e non rappresentano delle storture da correggere starà la nostra differenza qualitativa rispetto ad un Mugabe qualsiasi.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Contro le “quote di genere”, io difendo i “saggi” maschi”

  1. Lorenzo scrive:

    Ottimo articolo, condivisibile dalla prima all’ultima riga.
    Se infatti c’è un’ideologia autenticamente sessista e discriminatoria in quest’epoca, è senz’altro quella Femminista. Ultima, più ottusa, mistificatoria e rovinosa delle ideologie del ‘900.
    Sarebbe ora che l’Occidente si sbarazzasse una volta per tutte di questo fardello ideologico basato sul Nulla.

  2. Lorenzo scrive:

    ..ed aggiungo: se c’è una cartina tornasole utilissima per valutare chi oggi sia autenticamente “liberale” (nel senso più ampio e positivo del termine) e chi no, al di là delle facili dichiarazioni di appartenenza, ebbene questa è proprio l’impermeabilità ai dogmi del Femminismo mainstream contemporaneo.
    L’ossessione parossistica per le Quote Rosa (sempre e solo, beninteso, quando si tratta di arraffare poltrone, in barba a qualsiasi principio meritocratico) è solo una delle più plateali ed odiose manifestazioni di questa ideologia illiberale e mistificatoria.

  3. Lontana scrive:

    Oh, finalmente leggo qualcosa di sensato su Libertiamo! Bravo! Le donne non hanno bisogno di elemosine e di quote obbligate, le femministe si. Del resto le femministe sono gruppi di pressione come i gruppi gay o le minoranze visibili che piangono sempre miseria per farsi dare benefici e soldi dallo Stato. Siamo tutti disuguali, bene quella cosa della disuguaglianza.

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