La crisi democratica del “non governo” non si risolve (purtroppo) col voto anticipato

di CARMELO PALMA – In un Paese come l’Italia censurare l’exit strategy di Napolitano come una sorta di auto-golpe presidenziale è un esercizio di conformismo democratico tanto facile, quanto banale. In Italia non c’è un blocco che il voto sovrano degli elettori sbloccherebbe oggi in un senso istituzionalmente efficiente, ma c’è al contrario un problema legato all’esiguità del consenso che il gioco democratico é in grado di raccogliere e di esprimere ai fini del governo.

Lo scorso febbraio, ben oltre la metà degli elettori ha votato contro l’idea che l’Italia debba essere governata nel rispetto dei vincoli e delle compatibilità, per così dire, “costituzionali” di un paese (a rischio) dell’eurozona. La stessa polemica contro le politiche di austerità non ha riguardato, se non marginalmente, la misura e i tempi delle scelte di consolidamento fiscale dettate dalla Germania, ma la natura stessa della condizioni politiche imposte dalla costruzione economica europea. Se a vincere nelle urne – è stato così due mesi fa, sarebbe così molto probabilmente anche tra qualche mese – è la frustrazione nazionalistica e “indipendentistica”, nei suoi molteplici camuffamenti politici e anti-politici, parlare di un governo politico – cioè di una politica in grado di esprimere un governo compatibile con le normali relazioni tra i paesi membri dell’Ue – è una contraddizione in termini.

Il ritorno immediato alle urne rimane dunque un’alternativa democraticamente preferibile alla gran parte delle altre, ma una soluzione tutt’altro che ottimale all’impasse istituzionale e all’auto-isolamento politico che gli italiani hanno di fatto plebiscitato e che il voto anticipatissimo (a giugno o luglio) potrebbe semplicemente rinnovare e consolidare come un’ennesima e costosissima anomalia italiana.

Peraltro, la tesi secondo cui l’ingovernabilità in Italia dipenderebbe da una legge elettorale sbagliata e auto-ostruzionistica è vera (solo parzialmente) in termini formali, ma del tutto astratta in termini politici. Per intanto, stando alla forma, in Italia nessun sistema elettorale classico – proporzionale o maggioritario che sia – partorirebbe direttamente dalle urne, la sera stessa del voto, un governo “battezzato” dagli elettori. Se pure si votasse col doppio turno alla francese, un sistema politico quasi perfettamente tripolarizzato (così era a febbraio, così sarebbe a giugno e luglio) non darebbe di per sé numeri certi e potrebbe darne anche di più casuali e complicati.  L’estensione anche al Senato del premio di maggioranza previsto alla Camera (problemi costituzionali a parte) renderebbe poi autosufficiente una minoranza insufficiente e comunque riluttante all’assunzione di responsabilità di governo o incapace di sostenerne autonomamente il peso. Una maggioranza “inventata per legge” non regge un governo stabile.

In questo quadro, Napolitano prova a prendere tempo e a fare spazio ad una soluzione ponte. I termini tecnici di questa soluzione sono certamente irrituali e discutibili, come pure quella sorta di avallo dato alle tesi grillina della prorogatio sine die di un governo dimissionario. Ma il “problema democratico” della crisi italiana sta a monte e non a valle della linea scelta dal Capo dello Stato. Perché un governo – nel senso che dicevamo e che gli italiani in maggioranza temono o disprezzano – è comunque necessario. E perché un’Italia che prendesse in largo andandosene democraticamente alla deriva nel Mediterraneo, da qualche parte tra la Grecia e Cipro, sarebbe presto o tardi maledetta dagli italiani insieme a quelli che ce la manderebbero o porterebbero, oggi a furor di popolo.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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