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Travaglio contro Grasso, va in onda la nuova telenovela giustizialista

Passano gli anni, cambiano gli scenari politici, eppure una frangia della sinistra italiana rimane immutata nel tempo. Nell’ultimo ventennio, anzi, è cresciuta a dismisura, fino ad imporre alle correnti più moderate di adottarne i dogmi e la retorica. Più arrabbiata e verace della gauche caviar, ha da tempo smesso di dedicarsi all’avanguardia del proletariato per prendere residenza nelle aule di tribunale. Ha fatto di processi, magistratura e atti giudiziari la sua nuova lotta di classe. Una sinistra con il mito del giornalismo d’inchiesta e l’ossessione per il giacobinismo, con la convinzione di colpevolezza fino a prova contraria e sin dal primo grado di giudizio.

Aliena alle dinamiche sociali e alle condizioni economiche del paese, va in onda con il suo conduttore feticcio e redige il quotidiano del complotto e del sospetto. Perfino l’altro ieri sera – mentre l’esito del mandato esplorativo riconsegnava al Capo dello Stato un paese senza alcuna prospettiva di governo – nel suo tempio mediatico, la sinistra dei Palazzi di Giustizia dava in pasto all’audience la ricostruzione televisiva dell’ultima settimana di lotte intestine alla magistratura e all’Antimafia.

Dai tempi della Prima Repubblica si è fatta grande: ha avuto due partiti (di cui uno sciolto da qualche giorno), un ministro (benché lui alle Infrastrutture avrebbe preferito la Giustizia) e tutt’ora amministra due importanti città, dirige un giornale e una trasmissione televisiva. Eppure, la travagliata sinistra sembra essere rimasta fedele negli anni al suo spirito accusatorio e montagnardo, identica a sé stessa quando – poco più di vent’anni fa – bollava come venduto quel Giovanni Falcone che accettò la proposta di Martelli per la Direzione Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia e che dopo poco sarebbe stato ucciso per aver fatto sul serio, per aver vissuto la giustizia come una missione piuttosto che una rappresentazione mediatica o un terreno di conflitto politico.

Mutatis mutandis, la sinistra del tintinnio di manette ha recentemente inquadrato il nuovo bersaglio su cui scagliare la violenza delle sue invettive. Poco importa, infatti, che Pietro Grasso sia stato un magistrato impeccabile per l’intero corso della sua carriera. Il solo plauso all’impegno di un governo di centrodestra per la confisca di beni appartenuti alla mafia è sufficiente a fare anche dell’attuale Presidente del Senato un venduto, accusato di essere giunto al capo della Direzione Nazionale Antimafia grazie a leggi ad hoc del governo Berlusconi che avrebbero sbaragliato la concorrenza di Caselli.

È presto imbastito, così, il soggetto di una nuova, lunga telenovela di giustizia astratta e autoreferenziale, con cui strizzare l’occhiolino ai telespettatori del giovedì sera e, al contempo, adoperare il mezzo televisivo come campo di battaglia per la guerra di bande tra Montecchi e Capuleti della magistratura italiana. È la rappresentazione teatrale della giustizia di poltrone e di palazzi, che si parla addosso nel totale oblio della giustizia reale: quella orientata alla durata media dei processi, alla certezza del diritto e della pena, alla condizione nelle carceri e all’abuso del ricorso alla carcerazione preventiva.

Sebbene l’ultima tornata elettorale sembra aver decretato la morte politica di protagonisti vecchi e nuovi del giacobinismo alle vongole, il giustizialismo più bieco, in verità, ha soltanto cambiato casacca. È stato inglobato, infatti, nella nuova avanguardia della sinistra demagogica che ha saputo farsi meglio interprete degli umori di pancia degli italiani. La sua reincarnazione grillina non è altro che la prova regina di quanto – al pari dell’anomalia berlusconiana – la sinistra che insultava Falcone da vivo per compiangerlo da morto abbia contribuito in modo fondamentale alla surreale condizione di anormalità di questo paese.

Si continua imperterriti nel paragonare la virtù anglosassone al malcostume italiano, senza rendersi conto di essere i migliori promotori di quest’ultimo. Se è per questo, risulta alquanto difficile credere che in America si possa assistere allo scontro televisivo a distanza tra un giornalista e la seconda carica dello Stato – ammesso che questa possa essere ricoperta da un ex-magistrato.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

2 Responses to “Travaglio contro Grasso, va in onda la nuova telenovela giustizialista”

  1. Francesco Linguiti scrive:

    Sono d’accordissimo su alcuni dei temi implicati dal caro, brillante, Daniele – però attenzione all’argomento: Travaglio è ed è sempre stato un uomo di destra. Una destra di un certo tipo, di una certa tradizione, e facilmente riconoscibile, ben diversa, ovviamente, da altre tipologie di destra. Ma Travaglio, per genetica e formule di riferimento, non è un uomo di sinistra, né lo è mai stato, né lo sarà mai. Santoro è un’altra questione, ma i due sono complementari ma non equivalenti.

  2. creonte scrive:

    a me non piace come i due presidenti di camera e senato hanno gestito il caso Travaglio e il caso Battiato

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