di FEDERICO BRUSADELLI – “Seguiremo le scelte di Napolitano”, dice il Pd. Altro non può fare, dopo che l’ostinato tentativo di Pierluigi Bersani si è concluso con un nulla di fatto (e, formalmente, con una non-rinuncia). Anche il Pdl – preoccupato di avere un posto a tavola nella scelta del prossimo inquilino del Quirinale – spiega a più riprese di “confidare nella saggezza del capo dello Stato”, così come i montiani.

Persino Grillo, che pure riserva a giornalisti e parlamentari la sua quotidiana dose di insulti a sfondo medico (“avete bisogno dello psichiatra”, dice) lascia aperto uno spiraglio all’idea di un governo guidato da un esterno alla politica, un governo insomma “pseudo-tecnico”. E questo è un contributo importante del Movimento 5 Stelle all’arricchimento del nostro già nutrito campionario lessicale accumulato nei decenni, e che spazia dal “governo fotocopia” a quello “balneare”.

Eppure, se con il passare delle ore si fa sempre più robusta l’ipotesi che Giorgio Napolitano lasci in anticipo il Colle senza affidare alcun incarico, significa che dietro il velo di un unanime consenso si nasconde un tale groviglio di impuntature, richieste impossibili, ricatti incrociati, scambi e minacce da rendere di fatto difficile al capo dello Stato spendersi per una soluzione che non appaia debole, precaria, effimera.

Siamo arrivati a un punto – osserva Beppe Fioroni con un tocco di saggezza orientale – che, negli scacchi cinesi, si chiama la mossa zyng-zeng, una sorta di scacco matto reciproco, in cui nessun giocatore può spostare più un pezzo“. Insomma non basta più scoprire, come già peraltro era accaduto nel novembre del 2011, le virtù del “presidenzialismo a progetto”. Nonostante le tanto invocate “elezioni” che avrebbero dovuto rimettere la politica al centro della scena e delle scelte, i partiti denunciano la propria incapacità, la propria impotenza. I vecchi e i nuovi, incastrati senza apparente via d’uscita.

Non è un esito casuale, ma il risultato – per restare alla similitudine dell’esponente democratico – di una lunga partita giocata con l’unico obiettivo non di “vincere” (il governo del paese e la responsabilità delle scelte) ma di far perdere l’altro. Ed è questo che accomuna i vecchi e i nuovi, i berlusconiani e gli antiberlusconiani, gli “onorevoli” e i “cittadini”. È di questo blocco psicologico prima ancora che tattico, che Napolitano dovrebbe farsi carico da solo, alla scadenza di un settennato non facile.

Comunque vada questo week-end di Pasqua, che si concluda con l’addio anticipato del presidente della Repubblica (una rinuncia quasi ratzingeriana, di fronte all’incapacità della “sua” Curia) o con la nascita di un governo condiviso, ora che il lungo gioco della Seconda Repubblica si è concluso nel peggiore dei modi, è forse ora di riflettere su come ripartire. Certo, la priorità del prossimo esecutivo restano l’economia, il lavoro, la crescita, il risanamento delle finanze pubbliche.

Ma davvero si può pensare di rimandare, ancora una volta, l’avvio di una riflessione seria e non propagandistica sulle regole, sulla forma dello Stato e infine (infine, non all’inizio) sulla legge elettorale? E davvero si può pensare, ancora una volta, di usare il dibattito sull’architettura istituzionale come merce di scambio, o come strumento per vincere le prossime elezioni?

Queste ore drammatiche certificano – tutti insieme, quasi fosse scattato un perfetto meccanismo “a tempo” – i disastri di vent’anni e più di mancate riforme in campo politico ed economico. E dovrebbero almeno servire a preparare il “dopo”, in qualunque forma esso si presenti. Certo, il fatto che a occuparsi di tutto questo debba essere in ultima istanza chi non lo hanno fatto finora, aiutato magari da chi porta gli apriscatole in Parlamento, non è la migliore delle garanzie. Ma di alternative all’orizzonte, fatta eccezione per la possibilità di lasciarsi andare alla deriva, non se ne vedono.