di PIERCAMILLO FALASCA – “Il Paese in ostaggio”, scrive Pierluigi Battista nell’editoriale quotidiano sul Corriere della Sera. “Basta giochi”, si legge a caratteri cubitali sul Sole 24 Ore. Due titoli che insieme sintetizzano perfettamente la situazione che l’Italia sta attraversando. Stasera sapremo con ogni probabilità come Giorgio Napolitano intende muoversi per superare l’impasse. Il PD e il suo leader non hanno i numeri per formare un governo, ma potrebbero “disattivare” Napolitano: se chiedessero che un eventuale incarico ad una figura “istituzionale” abbia la stessa precondizione che il presidente della Repubblica gli aveva chiesto a Pierluigi Bersani, una maggioranza certa, l’inquilino del Quirinale potrebbe avere qualche difficoltà ad auto-smentirsi e la paralisi rischierebbe di non risolversi. E a quel punto solo un nuovo presidente della Repubblica avrebbe maggiori margini di operatività, potendo eventualmente sciogliere le Camere o blandire l’arma delle elezioni anticipate per sollecitare un accordo tra le parti parlamentari. Ma quanti nel PD accetterebbero una linea del genere?

E quanto sarebbe pericoloso scoprire, magari a giugno, che anche con nuove elezioni il Senato si troverebbe ancora in un condizione di stallo? Circola l’ipotesi di un appoggio esterno del PD ad un “governo del presidente”, ma basta poco per rendersi conto che si tratta di uno scenario irrealistico, dovendo comunque quell’esecutivo ricevere la fiducia dalle Camere. E senza il PD non esiste fiducia possibile. Insomma, il Partito Democratico ha di fronte a sé un bivio: o sacrifica Bersani o sacrifica Napolitano. La prima ipotesi aprirebbe quasi certamente le porte ad un governo condiviso almeno con il PdL, mentre la seconda ci porterebbe in una terra incognita (con tutto ciò che questo provocherebbe sul fronte finanziario). Si spera che prevalgano gli interessi dell’Italia e non quelli di Bettola.

Se un nuovo governo nascerà, è però opportuno che questo si fondi su una risposta chiara a due quesiti fondamentali: cosa fare e quale atteggiamento avere nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Se la realtà ha ormai fatto tramontare l’ipotesi di un governo “Bersani-Santoro-Gabanelli-Rodotà” sostenuto dal centrosinistra e dai grillini, sarebbe opportuno che il PD non scelga la linea – già evocata dai giovani turchi – della imprescindibilità del voto favorevole dei grillini ad un governo di larghe intese. Siccome non esistono solo i “costi della politica” da ridurre o i provvedimenti di facciata contro la corruzione, ma le scelte di politica economica e fiscale, le strategie energetiche ed infrastrutturali, il riassetto del welfare e del mercato del lavoro, persino un governo di scopo dovrebbe avere come fondamento una chiara e definita agenda politica e un “perimetro” culturale a cui far riferimento. Non si può passare dal “con Grillo e mai con Berlusconi” al “sì con Berlusconi, ma anche con Grillo”.