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Il decreto Clini sui rifiuti scongiura la multa Ue, ma il problema (ambientale) rimane

La questione rifiuti di Roma e del Lazio quasi una querelle infinita. Un po’ il paradigma dell’Italietta di oggi, di questi ultimi anni, incapace di trovare soluzioni nelle quali non fosse l’interesse particolare una delle principali guide.

Così vincoli affaristici e maldestri tentativi di non inimicarsi gli abitanti di località dell’estrema periferia della capitale, centri della provincia e della regione nei quali sarebbero dovute realizzarsi nuove discariche, hanno fatto sì che una criticità si trasformasse in problema. Che uno dei temi affrontati e risolti con soluzioni condivise, ed in tempi certi, quasi dovunque in Europa, nel Paese che è stato (anche) di Augusto e Mecenate e che ora è di Bersani e Grillo, si tramutasse in un’emergenza nazionale. In un ordigno che rischia di deflagrare con ripercussioni anche sulle esangui casse statali.

L’ultimo flop? La recente sentenza del Tar che ha bocciato il progetto di discarica a Monti dell’Ortaccio. L’immagine del Paese è da tempo compromessa su questi temi, ma il rischio è quello di incorrere, dopo il deferimento di due settimane fa, anche in pesanti sanzioni da parte della Corte di Giustizia della Comunità europea, che fra le principali contestazioni indica l’uso della discarica di Malagrotta per i rifiuti non trattati.

Rischio che sembrerebbe essere scongiurato dopo il decreto emanato dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. Il decreto impone la funzionalità piena degli impianti di trattamento con tre finalità: “Far sì che entro il 10 aprile non arrivino più in discarica rifiuti non trattati; incrementare la capacità di produzione di Cdr (combustibile derivato da rifiuti) e Fos (frazione organica stabilizzata) degli impianti di trattamento attivi nel Lazio; adeguare le autorizzazioni degli impianti esistenti affinché sia assicurata in via prioritaria la valorizzazione energetica di Cdr e Css (Combustibile solido da rifiuti) prodotto nel Lazio“. Inoltre, con questo intervento, sarà possibile “ridurre in maniera decisiva il conferimento in discarica”. L’obiettivo è arrivare a giugno, quando scadrà la proroga di Malagrotta, in condizioni diverse e migliori, quindi valutare se possa servire a Roma una discarica di servizio.

Come prevede il decreto del 3 gennaio scorso, una parte dei rifiuti dei romani, sarà trattata negli impianti Tmb di Colfelice, nel frusinate, di Latina e di Albano, nonostante le contrarietà espresse da molti sindaci ciociari a diventare “la pattumiera dei romani”. Nella realtà, a contribuire alla risoluzione di un problema, senza rimanere prigionieri di insulsi campanilismi. Non trascurando di considerare un elemento tutt’altro che trascurabile: secondo le indagini svolte dai carabinieri del Noe, su richiesta di Clini, gli impianti Tmb funzionerebbero ben al di sotto delle loro delle loro possibilità, essendo dunque in grado di accogliere una parte dell’immondizia della Capitale, che finora viene ammassata in discarica senza essere trattata.

Il 30 giugno Malagrotta deve chiudere. Ad ogni costo. Se ne parlava già nel dicembre del 2010: Alemanno e Polverini si scontravano sull’individuazione della lista di siti alternativi tra i quali scegliere. Ognuno affermava si trattasse di un compito dell’altro. Naturalmente non se ne fece nulla. Avanti una nuova proroga. Pochi mesi prima, alla fine di ottobre, mentre i cittadini e le istituzioni scendevano in piazza contro la decisione di aprire una discarica a Quadro Alto, a Riano, Manlio Cerroni, gestore dell’invaso di Malagrotta, è stato audito dalla commissione parlamentare, presieduta da Gaetano Pecorella.

La discarica? “Una vasca da bagno”. Nessun problema di inquinamento delle falde, come invece sostenuto in uno studio dell’Ispra. Il re dei rifiuti, solidamente a capo del suo impero. Nel vuoto politico. Certamente allora, forse ancora. Anche se, sembrerebbe, per poco. Una vicenda sottolineata dai media, con approfondimenti. Denunciata da associazioni, non solo locali, mille volte. Analizzata in diversi libri, corredati da una dettagliata documentazione. Anche sui rischi ambientali che quella “città della monnezza” si porta dietro.

Il rischio, sempre più concreto, multe a parte, è che Malagrotta si tramuti nella Thilafushi laziale. L’atollo delle Maldive, a pochi chilometri da Malé, nel quale sono ammassati i rifiuti provenienti dalle incontaminate isole nelle quali si affollano i turisti da ogni parte del mondo. Il bello a poca distanza dal brutto. Il primo esibito, l’altro quasi nascosto. A pensarci bene non sembra una storia molto diversa dalla “nostra”. Nel centro di Roma, il Colosseo, i Fori romani, palazzi e chiese. Non molto lontano, Malagrotta. L’ottavo colle di Roma. “Di monnezza”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Il decreto Clini sui rifiuti scongiura la multa Ue, ma il problema (ambientale) rimane”

  1. Nathan scrive:

    In totale disaccordo.
    Questo articolo è la quintessenza del Nimby.
    La provincia non si tocca. I vincoli artistici, il rilievo culturale e paesaggistico che offre la provincia romana a livello internazionale è immenso.
    Fare discariche fuori Roma è altrettanto folle che farle dentro il raccordo. È un atto di ecoterrorismo.

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