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I pagamenti della PA alle imprese, l’Italia è sul filo del rasoio

I tempi medi di pagamento della pubblica amministrazione in Italia sono più lunghi della media europea. Un’indagine della CGIA condotta sui debiti contratti nei primi mesi dello scorso anno parla di 180 giorni, contro una media europea di 65 giorni. Per i contratti stipulati dal 1° gennaio 2013, il termine per legge è fissato di regola a 30 giorni, salvo una pattuizione più lunga a 60 giorni. I ritardi nei pagamenti spiegano l’accumularsi di un debito delle PA verso le imprese che, secondo la Banca d’Italia, ammonta a 71 miliardi di euro.

La sofferenza delle imprese, specie in una congiuntura economica difficile come l’attuale, contribuisce spesso a una svalutazione del credito che viene ceduto, pro soluto o pro solvendo, alle banche in cambio di liquidità o, nella peggiore (ma non rara) ipotesi, al fallimento dell’impresa. Senza contare l’arresto degli investimenti e il calo dell’occupazione conseguente ai mancati incassi.

Secondo Confindustria, la restituzione di 48 miliardi di euro alle imprese (2/3 dello stock di debito) porterebbe a una crescita dell’1% del Pil nei primi 3 anni, fino ad arrivare a un +1,5% nel 2018 e si tradurrebbe in un aumento di 250 mila occupati nel prossimo quinquennio. A ciò si aggiunge un problema di equità, se per rispettare i termini di legge da applicarsi dal 1° gennaio 2013 le amministrazioni ritarderanno la liquidazione dei debiti anteriori.

Per dar fiato alle imprese fornitrici e render loro giustizia, il Governo ha messo in cantiere un piano per il rimborso di 40 miliardi di euro di debiti alle imprese in due anni. L’esecutivo fa sapere che le misure per l’accelerazione riguarderebbero, in particolare:
a) una deroga alle spese 2013 per i cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali comunitari;
b) i debiti di Regioni e enti locali attraverso: “(1) un allentamento dei vincoli del patto di stabilità interno per consentire l’utilizzo degli avanzi di amministrazione disponibili; (2) l’esclusione del Patto di stabilità delle Regioni dei pagamenti effettuati in favore degli Enti locali sui residui passivi a cui corrispondono residui attivi di Comuni e province; (3) l’istituzione di fondi rotativi per assicurare la liquidità agli Enti territoriali (Regioni ed Enti Locali), con obbligo di restituzione in un arco temporale certo e sostenibile”;
c) “i debiti del comparto sanitario, attraverso la concessione di anticipazioni di cassa, per il pagamento dei debiti relativi a operazioni già conteggiate negli esercizi finanziari precedenti ai fini del calcolo dell’indebitamento netto, che verranno successivamente restituite secondo un piano di rientro finanziariamente sostenibile”;
d) “I rimborsi fiscali pregressi a carico dello Stato, attraverso l’utilizzo delle giacenze di tesoreria”.

Lo sblocco di 40 miliardi di euro in 2 anni, senza metter mano a misure di finanza pubblica per aumentare le entrate (aumentando la già elevata pressione fiscale) o per contenere altre uscite (tagliando la spesa pubblica) porterebbe ad un aumento del rapporto deficit/pil dello 0,5% per il 2013 e il 2014 e il ricorso alle misure di allentamento contemplate dal patto di stabilità.

Nella dichiarazione congiunta del 18 marzo dei Vicepresidenti della Commissione europea Rehn e Tajani, si legge che “una soluzione realistica al problema dell’ammontare di debito commerciale pregresso – che si stima essere di notevoli dimensioni – deve, probabilmente, prevedere un piano di liquidazione avente come obiettivo quello di portare tale ammontare di debito pregresso a livelli non attribuibili a ritardi nei pagamenti (livelli fisiologici) in tempi relativamente brevi”.

In merito alla compatibilità di un piano di abbattimento del debito con la disciplina di bilancio imposta dall’UE, si ricorda: “il Patto di Stabilità e Crescita permette di prendere in considerazione fattori significativi in sede di valutazione della conformità del bilancio di uno Stato membro con i criteri di deficit e di debito del Patto stesso. In tale ambito, la liquidazione di debiti commerciali potrebbe rientrare tra i fattori attenuanti. La Commissione è pronta a cooperare con le autorità italiane per aiutare l’attuazione tecnica del piano di liquidazione del debito commerciale pregresso e accoglierebbe con favore la disponibilità di informazioni più dettagliate ed aggiornate sull’attuale ammontare di tale debito da parte di ogni livello di amministrazione pubblica“.

Un parziale dietrofront si è verificato negli ultimi giorni, dato che, stando alle previsioni fatte a febbraio, l’attuazione del piano porterebbe il rapporto deficit/pil dal 2,4 al 2,9%, troppo a ridosso del limite massimo del 3% e comporterebbe quindi il rischio di far fallire la manovra di rientro dell’Italia.

Il 2 aprile il piano di rimborsi sarà portato all’esame del Parlamento, ma l’Europa frena di fronte all’intenzione dichiarata di stressare il rapporto deficit/pil e chiede di attendere la conclusione della procedura di infrazione. A Palazzo Chigi sembra però radicata la convinzione che ad aprile l’Italia sarà già rientrata nei parametri. Se sarà scontro o se, invece, il piano potrà esser attuato con il benestare dell’Europa, dipenderà dai dati che l’Eurostat diffonderà il mese prossimo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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