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Ma quanto piace il Berlusconi “vincente” ai politologi del Corriere?

Sembra che ai “politologi di mondo” (sia consentita l’ironia), oggi occorra riappacificare il berlusconismo reale e quello ideale e rileggere (o riscrivere) la storia diseguale e controversa del “titolare” del centro-destra italiano secondo un filo di sostanziale continuità liberale.  Vent’anni di resistenza all’accanimento giudiziario, ai rovesci della fortuna, alle disavventure personali e ai tradimenti politici. E vent’anni di (sostanziale) coerenza, in un corpo a corpo politicamente durissimo con la cultura prevalente delle classi dirigenti italiane, anche di quelle “stilisticamente” liberali, legate alle mitologie di un progressismo conformista e statolatrico e quindi disgustate dallo spirito animale di un parvenu di successo, estraneo al salotto buono dell’imprenditoria e della politica italiana.

Chi ha letto tra domenica e lunedì i due editoriali di Ernesto Galli Della Loggia e Angelo Panebianco sul Corriere della Sera vi ha trovato due analisi su questo perfettamente convergenti.  Due analisi, se ci possiamo permettere, troppo benevole e riguardose, che non tengono conto della storia “interna” del fenomeno berlusconiano e del carattere tutt’altro che eversivo, ma sostanzialmente adattivo del suo gioco rispetto alle regole del mercato politico italiano.

Dal ’94 ad oggi – questa è la tesi apologetica– Berlusconi ha prima inventato e poi radicato una cultura politica liberale (sui generis, come sui generis è l’Italia) di fatto estranea alla tradizione nazionale, cosi modernizzando, anche in termini formali, la dialettica politica e inaugurando la stagione della democrazia competitiva. Il consenso che oggi rimane raggrumato attorno al suo centro-destra è dunque un deposito prezioso di politica liberale (istintiva e forse volgare, ma autentica), non una discarica d’interessi eterogenei tenuti (politicamente) a libro paga dalla destra esattamente come altri interessi trovano, nelle identiche forme e con le medesime conseguenze, protezione a sinistra.

Però – ci permettiamo di eccepire – il berlusconismo non è stato affatto “uno” e uguale a se stesso (tesi propagandistica e assai poco scientifica, buona per Travaglio e la Biancofiore, non per le persone di studio) , né nel suo racconto, né sopratutto nella sua promessa e pratica di governo. Del Berlusconi “meno tasse, meno spesa, più libertà economica” si è conservata fino ad oggi la retorica ufficiale, ma si è persa progressivamente per strada la realtà, diciamo così, militante. Berlusconi si è rassegnato abbastanza presto, e definitivamente nell’ultima legislatura, all’idea che in Italia non fosse possibile cambiare il paradigma di governo legato alla regola (e alla pratica) della “democrazia di relazione” e dell’organizzazione particolaristica, micro-settoriale e corporativa del consenso politico.  E ha iniziato abbastanza presto a perfezionare il meccanismo a vantaggio delle Italie di cui meglio sapeva esprimere l’immaginario e l’identità materiale. Nel corso della sua lunga parabola, insomma, il berlusconismo è ideologicamente straripato, ma è anche politicamente rifluito nell’alveo di quella che Antonio Martino vent’anni fa chiamava “democrazia acquisitiva” (le elezioni come scambio di prestazioni tra elettori ed eletti).

Berlusconi, che con un intervallo di due anni ha governato per quasi un decennio, alla fine non ha liberalizzato nulla (ma si è opposto a tutte le liberalizzazioni, non solo a quelle farlocche e consumeristiche della sinistra) e non ha privatizzato nulla (ma al contrario ha occupato e fatto occupare golosamente i campioni nazionali, a partire da quelli strategici, secondo un disegno, abbastanza miserevole, di potenza internazionale). Poi ha riformato “al futuro” il sistema previdenziale (costringendo Monti a riformarlo di fretta anche per il presente, quando l’Italia sta per andare a gambe all’aria) e al margine il mercato del lavoro, abbandonando abbastanza in fretta l’idea (inizialmente coltivata) di partire dal principio disuguale (l’articolo 18) di tutte le inefficienze e di riaggiustare il sistema delle tutele secondo un principio universalistico e politicamente neutrale. E poi? Vogliamo parlare dell’andamento (e della qualità) della spesa pubblica e della pressione fiscale, Berlusconi regnante? Non è il caso. E si potrebbe continuare su tutti i dossier che il Berlusconi ideale avrebbe dovuto rivoluzionare e quello reale si è limitato ad adattare alle caratteristiche (e alle richieste) del suo elettorato.

Così si giunge alle elezioni del 2013, in cui Berlusconi perde più di tutti – 4 voti su 10, rispetto al 2008, più di 6 milioni di voti  – ma sopravvive grazie agli effetti collaterali dello tsumani grillino. E come e dove e grazie al voto di chi Berlusconi raccoglie il voto di quei 29 italiani su 100 che ancora lo tengono a galla? Innanzitutto al Sud e in segmenti di elettorato sensibili al “tana libera tutti” (fiscale e non solo) e ai benefici pronto cassa – “per chi vuole, in contanti” – finanziati in modo tecnicamente risibile, ma utili a far sentire agli elettori il profumo dei soldi.

Va bene, si potrebbe rispondere, ma Berlusconi è pur sempre l’unico ad avere espresso la legittima rivolta civile contro le ganasce fiscali di Equitalia e la “macchina della verità fiscale” del redditometro, che rischiano seriamente di trasformare l’Italia in un Paese di polizia tributaria! Cosa c’è di più profondamente, anche se disordinatamente liberale di questo? C’è forse che l’oggetto dello scandalo di Berlusconi era, in entrambi i casi, un prodotto del suo governo, o questo non conta nulla?

È vero, il centro-destra liberale del futuro deve ripartire (anche) da qui? Ma per andare dove e per quanto allontanarsi o avvicinarsi da questo irripetibile originale? È vero, Berlusconi è un vincente (o un pareggiatore fortunato e eroico di sfide elettorali teoricamente perdute in partenza), e allora? La tesi secondo cui, se Berlusconi vince (o pareggia), peggio per chi non se ne fa una ragione e non rende omaggio alla sua eccezionalità, poi somiglia davvero troppo a quella che la sinistra comunista nella Prima Repubblica rinfacciava ai socialisti, che non si piegavano alle magnifiche sorti e progressive della diversità berlingueriana e spiegavano non creduti che la “sinistra vincente” vinceva, ma era già morta e avrebbe trascinato nella tomba tutti i suoi seguaci.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Ma quanto piace il Berlusconi “vincente” ai politologi del Corriere?”

  1. Maurizio scrive:

    Come no, Palma… come no. Sei solo l’ultimo in ordine cronologico a credere alle min*hiate suddette. Sei un sottoprodotto culturale di sinistra, con la tipica ossessione per il “bene”. La preferenza per il “meglio” di tipo liberale non sai nemmeno dove sta di casa. Sei uguale all’Annunziata, solo molto piú brutto. Sei INADEGUATO nelle analisi (Innanzitutto al Sud e in segmenti di elettorato sensibili al “tana libera tutti” (fiscale e non solo) e ai benefici pronto cassa – “per chi vuole, in contanti” – finanziati in modo tecnicamente risibile, ma utili a far sentire agli elettori il profumo dei soldi) e pure nelle conclusioni (La tesi secondo cui, se Berlusconi vince (o pareggia), peggio per chi non se ne fa una ragione e non rende omaggio alla sua eccezionalità, poi somiglia davvero troppo a quella che la sinistra comunista nella Prima Repubblica rinfacciava ai socialisti, che non si piegavano alle magnifiche sorti e progressive della diversità berlingueriana e spiegavano non creduti che la “sinistra vincente” vinceva, ma era già morta e avrebbe trascinato nella tomba tutti i suoi seguaci.). E quel che é peggio, non sai di cosa parli. È solo a causa degli utili idioti come te e come tutti quelli che ti somigliano che ogni volta dobbiamo ricominciare daccapo. E sono i vostri perniciosi, sballati e impotenti “apporti culturali” il vero cancro che castra la nascita di una cultura di destra in questo Paese. Ti manca la luciditá, ti manca la visione d’insieme, ti manca soprattutto l’umilta per capire che dovresti sederti, riposarti, passare la mano. Vai bello vai! Vai a giocare a carte al circolo, Fini aspetta uno con cui passare il tempo.

  2. creonte scrive:

    dopo il caso marò e le evidenti colpe del pdl, meglio utile idiota che miserevole distruttore

  3. marcello scrive:

    Se era un vero liberale doveva fare qualche cosa sui diritti civili (divorzio breve, fine vita e non approvare la legge 40).

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