di PIERCAMILLO FALASCA – Il colpo di teatro finale dell’ormai ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata rappresenta un finale inglorioso per un governo tecnico che aveva tra i suoi primari obiettivi la riconquista della credibilità della Repubblica Italiana.

Vale per la vicenda dei due marò quella che probabilmente apparirà come la cifra dell’esperienza di governo di Mario Monti: anziché “montizzare” l’Italia e il suo sistema politico, il professore è stato infine “italianizzato”, risucchiato nelle dinamiche deleterie dell’Italia sempre policefala e mai decidente, dove la tensione con una potenza emergente come l’India torna utile per la tattica di breve periodo tra le parti politiche e dove un ministro “tecnico” antepone le sue ambizioni personali alle responsabilità istituzionali di cui è investito.

Tra collaboratori non sempre all’altezza dei compiti loro assegnati, partiti prima incapaci e poi restii a sfruttare l’opportunità del governo tecnico (per ristrutturarsi profondamente al loro interno e modernizzare le istituzioni e liberalizzare l’economia) e – infine – scarsa dimestichezza con la comunicazione politica, il bilancio conclusivo dell’esperienza governativa del professore sarà purtroppo inferiore alle grandi aspettative e alle potenzialità inespresse. La riforma delle pensioni di fine 2011 che ha corretto strutturalmente i conti pubblici, il lavoro sul tavolo europeo per lo scudo anti-spread e la sponda di politica fiscale offerta alle scelte monetarie della BCE valgono ancora il “prezzo del biglietto”, ma il giudizio che la storiografia politica attribuirà al governo Monti sarà purtroppo influenzato dalle sue debolezze. E la gestione disastrosa del caso Latorre-Girone sarà, insieme alla querelle sugli esodati, il macigno più pesante.

Si può discutere a lungo sulle responsabilità soggettive, dopo l’errore fatale della nave Enrica Lexie di entrare nelle acque indiane e di attraccare nel porto di Kochi: le modalità improvvisate dell’annullamento del ritorno dei marò in India, non concordato tra Monti e Terzi; l’assenza di una richiesta esplicita all’Europa e alla Nato perché prendessero una posizione; il dietrofront del 21 marzo, con la dichiarazione grottesca del governo italiano circa le “garanzie” offerte da Nuova Delhi sulla non applicazione della pena di morte.

Alle dimissioni di Terzi si poteva forse arrivare all’indomani del suo annuncio sulla indisponibilità italiana a rimandare in India i marò, con una pubblica e immediata sconfessione della posizione del ministro da parte di Monti, che avrebbe derubricato le dichiarazioni del responsabile della Farnesina a mera opinione personale, evitando all’Italia uno zig-zag miserrimo. Ciò che è certo è che da un punto di vista politico, qualunque sia la “colpa” di Terzi, oggi le responsabilità oggettive ricadono comunque sul presidente del Consiglio, che del ministro degli Esteri è il dante causa.

P.S. Quelle riportate nell’articolo sono considerazioni amare, per chi (come peraltro una porzione molto rilevante dell’opinione pubblica) aveva salutato la nascita del governo Monti con favore e fiducia. E sono riflessioni tristi per chi alle scorse elezioni di febbraio ha scommesso e sperato (anche esponendosi in prima persona) che Mario Monti potesse essere il promotore di un progetto politico di stampo riformatore e liberale, che vivesse e prosperasse ben al di là dell’esperienza contingente del governo tecnico. Amicus Plato, sed magis amica veritas.