Perché la Germania non intende salvare Cipro dalla bancarotta

Una delle domande che circola con più insistenza in questi giorni di estrema concitazione per le sorti di Cipro riguarda il ruolo della Germania nella vicenda. Innanzitutto, in Germania la questione degli aiuti alla piccola isola è all’ordine del giorno da parecchi mesi (qui l’articolo scritto a gennaio su queste colonne). Complice la crisi politica e le elezioni presidenziali tenutesi a fine febbraio, il redde rationem è stato rinviato di settimana in settimana.

Lungi dall’essere esploso all’improvviso, il problema era quindi ben noto ai tedeschi ed emerge, d’altra parte, con una certa nettezza anche nel Memorandum of Understanding (MoU) della Troika, siglato lo scorso novembre: le banche cipriote erano sostanzialmente insolventi e andavano ricapitalizzate. Fin da subito è però mancata una risposta chiara di Berlino su quale dovesse essere il contributo prestato da Nicosia sulla cifra totale degli aiuti. All’inizio si pensava bastasse un impegno solenne a combattere il riciclaggio di denaro. Poi le richieste si sono fatte più pressanti.

La sensazione è che l’establishment teutonico sapesse benissimo che l’isolotto non sarebbe stato in grado, né avrebbe voluto offrire più di tanto. In particolare, alcune riforme, tra cui quella delle pensioni, apparivano da mesi di difficile attuazione. La Cancelliera ha preferito guadagnare tempo, com’è nel suo stile, assicurandosi che a Nicosia sedesse al più presto un presidente più disponibile a trattare.

Resasi conto che anche il nuovo Capo di Stato avrebbe potuto fare ben poco per cambiare la situazione, alla Merkel non sono rimaste che due strade. La prima: azzerare il contributo cipriota alla ristrutturazione del suo sistema bancario. In questo modo, i denari sarebbero arrivati tutti dal fondo salva-Stati con un “piccolo”, ma non trascurabile problema: il rapporto debito/Pil dell’isolotto sarebbe schizzato verso l’alto, probabilmente oltre la cosiddetta “quota di sicurezza del 120%. In altre parole, i crediti europei sarebbero diventati donazioni gratis et amore, con tutto quel che ne consegue in termini di perdite per il fondo e quindi per i suoi sottoscrittori, gli Stati membri. Una soluzione non proprio perseguibile a pochi mesi dal voto. La seconda: non versare alcun aiuto e lasciare Nicosia al suo destino.

La signora Merkel, e con lei la Troika, hanno preferito inventarsi ancora una volta una terza via, assumendosi allo stesso tempo il rischio che la seconda divenisse realtà. Dal momento che il mantra tedesco (tanto della maggioranza, quanto dell’opposizione) è la partecipazione del settore privato ai costi della crisi (burden sharing), l’Eurogruppo ha optato per l’aggressione del patrimonio dei creditori depositanti, che, quanto a consistenza, era davvero l’unico a partire dal quale fosse possibile racimolare una somma significativa (i famosi 5,8 miliardi di euro).

In questa scelta, si cela forse una buona dose di folle ingenuità, come sostengono alcuni, ma per i tedeschi si è trattato di un modo alquanto rigoroso e coerente per salvare la propria coscienza di fronte agli elettori, oltre che dinanzi agli altri partner europei. Dopo la prima bocciatura da parte del Parlamento cipriota, la Troika ha indefessamente lavorato a un nuovo accordo, sempre nel segno del coinvolgimento dei privati – richiesto anche da autorevoli istituti economici tedeschi come l’IW di Colonia e il DIW di Berlino – e della “punizione” degli investitori russi, “colpevoli” di aver fatto prosperare il centro finanziario offshore dopo l’adozione della moneta unica.

Vi è comunque da dubitare che il nuovo accordo, ratificato nella notte tra domenica e lunedì, sia destinato a placare i mercati e a consentire a Nicosia di riprendere con più tranquillità il proprio cammino di risanamento. Non solo perché il Parlamento cipriota continua a scalpitare, ma perché i termini dell’accordo rischiano di portare fuori controllo il rapporto debito-PIL. Ecco perché l’ipotesi del default non è affatto scongiurata e, tutto sommato, le parole pronunciate a gennaio in una conversazione con la Süddeutsche Zeitung del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble (CDU), sull’assenza di rischi sistemici in caso di fallimento di Cipro, paiono ancora di una certa attualità.

In altre parole, il nuovo accordo siglato in sede di Eurogruppo sembra essere la foglia di fico dell’impegno tedesco a evitare il collasso dell’isolotto. Se questo dovesse effettivamente materializzarsi, all’opposizione e alle frange più europeiste dell’elettorato la signora Merkel potrà sempre dire di aver provato, non una ma due volte, a “trovare la quadra” per salvare l’isola. Ed effettivamente, a questo punto, le cartucce rimaste in canna a socialdemocratici e verdi per criticare la Cancelliera sull’affaire cipriota sono davvero poche.

A oggi, quindi, i tedeschi rimangono persuasi che Cipro possa essere lasciata al suo destino. E questo per una diversa serie di ragioni. Da un lato, l’indifferenza per un’isola ormai de facto colonizzata da Mosca: il contribuente tedesco non può pagare per gli eccessi provocati dagli investitori russi con il consenso del legislatore cipriota. Così si è espresso domenica il Ministro delle Finanze bavarese, Markus Söder (CSU), in un’intervista alla Bild Zeitung. A questo proposito sembra quindi che il cinismo abbia giocato e possa ancora giocare un ruolo non da poco. Perché attivare l’ESM (senza che Cipro assicuri il rispetto delle condizioni fissate nel MoU) per salvare un isolotto che “serve” solo ai russi? Se ormai Nicosia è russa, se la veda il Cremlino. Ad averlo rilevato è stato per ora solo Christopher Mahoney su su Project-Syndicate.

Di qui l’operazione di auto-convincimento, secondo la quale, tutto sommato, un default di Cipro non è in realtà destinato a scatenare alcun effetto domino nel resto dell’Eurozona. Di questo avviso si è detto non più tardi di domenica mattina il solitamente prudentissimo Lars Feld, uno dei cinque “saggi economici” che assistono l’esecutivo tedesco. A maggior ragione ora che le banche tedesche si sono pian piano ritirate dalla periferia, i rischi si sarebbero ridotti al minimo. Un default di Nicosia sarebbe sopportabile dalle banche tedesche. E poi, in definitiva, ci sarebbe pur sempre il SoFFin II, il salvagente per la ricapitalizzazione delle banche tedesche riattivato lo scorso anno.

Un fallimento di Cipro sarebbe peraltro visto di buon occhio anche dall’elettorato, a sei mesi circa dalle elezioni federali. E questo almeno per due ragioni. La coalizione giallo-nera potrebbe presentarsi alle urne, dimostrando di aver rispettato i principi cui ha improntato la sua politica europea negli ultimi tre anni, non da ultimo quello più amato dalla Cancelliera: “Nessuna solidarietà, senza solidità finanziaria”. In secondo luogo, e questo vale indipendentemente da un fallimento cipriota, il prelievo forzoso diventerebbe un deterrente per obbligare gli Stati dell’Europa del Sud a non interrompere l’iter riformatore. A tal proposito, sembrano confermare questa teoria le frasi pronunciate fuori dai denti dal Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem.

Alla luce dei dati sui patrimoni pubblicati dalla Bundesbank la scorsa settimana, gli elettori tedeschi non potrebbero quindi che gradire un prelievo generalizzato a danno di spagnoli e italiani. Commerzbank, anzi, l’ha già proposto. Nel breve periodo avrebbe insomma benefici maggiori in termini di consenso politico lasciare fallire Cipro rispetto ai costi (elettorali e non) di una ricapitalizzazione pur minima delle banche tedesche. A questo proposito, va ricordato infatti che, secondo un recente sondaggio, circa il 25% degli elettori tedeschi si immagina di poter votare il neonato partito antieuro Alternative für Deutschland (AfD). Se il governo tedesco dovesse continuare a mostrarsi inflessibile seguendo i ragionamenti di cui sopra, alla formazione euroscettica sarebbe inibito il compito, pur molto difficile, di erodere suffragi preziosi a liberali e cristianodemocratici.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

One Response to “Perché la Germania non intende salvare Cipro dalla bancarotta”

  1. creonte scrive:

    se non c’è omogeneità fiscale non si può sviluppare una politica monetaria efficace

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