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L’OCSE dichiara guerra alla legittima concorrenza fiscale fra Stati

Uno dei terreni in cui più direttamente si fronteggiano la politica e l’economia è quello delle politiche fiscali a livello internazionale. Nei fatti, la tassazione ad oggi, per la maggior parte, si inquadra all’interno delle singole dimensioni nazionali e gli esiti di una pluralità di sistemi fiscale rappresentano una spina nel fianco per chi si riconosce nel primato del potere politico e di costruzioni sociali top-down.

Uno studio pubblicato pochi giorni fa dall’OCSE, intitolato “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, ha affrontano la questione del trasferimento di materia imponibile con l’obiettivo di neutralizzare, nella pratica, gli effetti della presenza di paesi a fiscalità più favorevole. Secondo l’OCSE le imprese multinazionali tendono a mettere in atto “pratiche fiscali aggressive” per ridurre il proprio imponibile, sfruttando a proprio beneficio i diversi livelli impositivi dei vari paesi.

L’OCSE punta il dito, in modo particolare, nei confronti dell’economia digitale, che offre “la possibilità di essere pesantemente presenti nella vita economica di un paese, ad esempio facendo affari con clienti locali via internet, senza avervi una presenza fiscale rilevante”, accodandosi, da questo punto di vista, ai recenti strali dell’UE contro Amazon.

Per certi versi, appare ironico come la parola “aggressivo” non sia riferita alla pressione fiscale, che in alcuni paesi raggiungi livelli assolutamente esosi, bensì alle strategie “difensive” (legali) messe in atto dalle imprese. In effetti, è un chiaro segnale di come l’ideologia dirigista conduca ad un ribaltamento financo linguistico della realtà. Tuttavia, quello che sul piano pratico più direttamente preoccupa sono le soluzioni costruttiviste che vengono prefigurate per riequilibrare il carico fiscale che le aziende multinazionali corrispondono ai vari paesi.

Lo studio prova a delineare l’idea che i redditi guadagnati in paesi con un fisco più leggero possano essere riclassificati – sulla base di alcuni parametri, come il profilo geografico delle vendite – come redditi guadagnati in altri paesi (con un fisco più pesante). Non sono chiariti i dettagli tecnici di tale proposta, ma certamente una possibilità è che le aziende che vedono i propri redditi riclassificati si trovino a pagare “direttamente” le aliquote più alte dei paesi a cui i redditi vengono riferiti.

Un’altra possibilità è che, a parità di tasse pagate in termini complessivi, la riclassificazione serva esclusivamente ad una ripartizione tra i vari Stati dei proventi delle tasse, affinché i paesi con un fisco più pesante – come Francia, Germania o Italia – possano recuperare una parte delle imposte versate a paesi con un fisco più clemente. Come spiega il Cato Institute, tuttavia, una simile soluzione non sarebbe comunque a somma zero per gli attori economici, perché di fatto neutralizzerebbe la concorrenza fiscale, eliminando gli incentivi ai vari paesi ad avere condizioni fiscali più favorevoli. Quale vantaggio trarrebbero l’Olanda o l’Irlanda a mantenere tasse più basse, se poi dovessero retrocedere i contributi delle imprese che riescono ad attrarre?

Le politiche per l’armonizzazione fiscale sostenute dagli organismi transnazionali dovrebbero particolarmente allarmare i liberali, in quanto preconizzano una chiara tendenza alla statizzazione dell’economia. Questa rappresenta effettivamente una delle questioni chiave per definire l’agibilità economica del nostro occidente, in virtù del sostanziale fallimento della “via democratica” al contenimento della presenza dello Stato.

Nei fatti, uno dei limiti della democrazia rappresentativa è che gli incentivi all’accrescimento dell’intermediazione politica – e quindi della pressione fiscale – sono superiori a quelli per una sua riduzione. Quello che accade è che i politici si contendono il voto delle varie constituency elettorali attraverso l’erogazione di “favori”, privilegi e tutele particolari, inevitabilmente finanziati attraverso lo strumento della spesa pubblica.

Ogni singolo favore produce un effetto concentrato e quindi serve a vincere il sostegno di un certo gruppo, mentre il suo finanziamento risulta distribuito e quindi il suo costo non viene singolarmente percepito. Di conseguenza risulta politicamente semplice e vantaggioso introdurre una nuova voce di spesa a favore di uno specifico interesse, mentre all’opposto se un trattamento di favore viene soppresso per risparmiare questo provoca l’opposizione decisa, rumorosa e quindi politicamente sconveniente del gruppo che viene “colpito”. In queste condizioni, in assenza di contraltari, l’economia mista tende a derivare verso assetti vieppiù statalisti.

L’unico elemento che può mutare significativamente il quadro è proprio il principio della concorrenza fiscale e normativa, della possibilità di votare con i piedi, spostando imprese e capitali laddove sussistano le condizioni migliori. Finché si opera all’interno di un “sistema chiuso”, le classi politiche hanno modo di difendere il potere e consolidare il consenso attraverso la spesa ed i contribuenti non hanno altra scelta se non rassegnarsi a pagare, con l’unica prospettiva di partecipare al “voto di scambio” – cioè provare attraverso la scheda a farsi restituire in qualche forma una parte delle tasse pagate.

Al contrario, operando in un “sistema aperto”, in cui i capitali possano entrare ed uscire dall’area che sottosta ad un determinato governo ed ad un determinato sistema fiscale, i vari governi sono posti in concorrenza e la possibilità di perdere contribuenti risulta un pungolo importante per le classi politiche. Uno degli equivoci più frequenti è che i paesi a fiscalità più vantaggiosa favoriscano i propri contribuenti, a detrimento dei cittadini dei paesi circostanti. Al contrario, anche questi ultimi traggono un beneficio dalla presenza, nei dintorni, di Stati meno voraci; infatti tale situazione obbliga anche i loro governi a contenere la pressione fiscale entro un certo limite, pena il disinvestimento di tanti operatori economici. All’atto pratico il semplice fatto di poter spostare – per ora – i nostri soldi altrove, rappresenta l’unico possibile freno a politiche fiscali più predatorie.

Su come evolverà nei prossimi anni il quadro normativo sull’argomento si può purtroppo essere pessimisti, a causa dell’evidente concorso di interesse dei principali establishment politici verso la costituzione di “cartelli fiscali” – un interesse al quale non sarà per niente facile opporsi.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “L’OCSE dichiara guerra alla legittima concorrenza fiscale fra Stati”

  1. creonte scrive:

    il punto che non c’è simmetria: i soldi di trasportano faiclmentem, le persone no: non è che si scelgie lo stato in cui si vive meramente per la qualità della vita.

    quindi, i capitali possono seguire le regioni a fiscalità più competitiva, ma nel contempo non c’è la stessa spinta per i cittadini di andare nelle regioni che garantiscono migliori servizi.

    esendo palese e inevitabile tale dicotomia, parlare di briglie sciolte per la fiscalità mi pèare alquanto inefficace, per non dire altro.

    uno stato è “competitivo” per la civiltà umana, se lo è sia per i capitali che per i residenti

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  1. […] legalmente con strategie di transfer pricing, mi sembra sia stato un vero e proprio flop, come da acuta analisi di Marco Faraci su […]