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Bersani e la sinistra flirtano con Grillo, perché ancora attirate dalle “marce di protesta”

– Le cronache politiche di queste convulse settimane sono contrassegnate dall’assiduo corteggiamento di Bersani nei confronti del M5S di Grillo. A dire il vero, è una situazione che, pur lasciandoci molto perplessi, non ci sorprende, perché conferma quanto sia forte il “richiamo della foresta protestaria” per quella parte del PD (e non solo), che ancora si emoziona a ricordare i bei tempi delle marce pacifiste a Sigonella e di tutte le altre manifestazioni antimperialiste “a senso unico”, si auto-compiace per la propria diversità antropologica e, in fondo, si ritiene la parte migliore e onesta del Paese, detenendo il copyright della questione morale.

D’altronde, un popolo è anche la sua storia e sono, quindi, comprensibili certe reazioni emotive, ma se è normale emozionarsi per il proprio passato e simpatizzare per chi ci ricorda come eravamo, lo è meno volerlo rivivere, come se il tempo si fosse arrestato.

Il comportamento di Bersani ricorda, infatti, quello di un padre che, per conquistare la fiducia di un figlio ribelle, riprende dal baule dei ricordi il mitico “chiodo” della sua giovinezza scapestrata, quando sognava la rivoluzione – ma quella vera, “mica ‘sta roba qua” – e pensa che possano andarsene in giro per fare baldoria insieme. Senza rendersi conto che non solo si diventa patetici, ma soprattutto che il figlio ribelle tutto vorrà fare, tranne che farsi vedere in giro col padre in versione metallaro d’antan.

Il suo ruolo è un altro. Egli deve educare suo figlio e quindi certo farà bene a parlargli delle sue utopie giovanili, per fargli capire che c’è passato prima di lui e avvertirlo che la vita è più complicata di come appare a un giovane ragazzo, senza avere la pretesa di essere subito compreso, ma avendo la sicurezza che il tempo è dalla sua parte.

Naturalmente, la metafora non può essere presa alla lettera, ma il succo è quello: Bersani non può vestire le vesti di un pugnace combattente anti-casta, perché sarebbe patetico e contro la sua immagine di persona seria, competente e affidabile; né il PD può tornare a recitare le parti del partito di lotta e di governo, perché, per fortuna, non è più il PCI. Oggi, il ruolo protestatario può molto più credibilmente essere svolto dal M5S, grazie anche alla passione e all’entusiasmo della sua giovinezza politica istituzionale, ma anche per i “grillini” verrà il momento della maturazione istituzionale. È già successo alla Lega, succederà anche a loro.

Quindi, se Bersani vuole davvero essere il Presidente del Consiglio, gli conviene smettere di dare ascolto al “richiamo della foresta protestaria” e lasciare perdere la strampalata idea del governo combattente. È ovvio che l’idea di un governo di larghe intese susciti molto meno entusiasmo, ma rimane comunque l’unica alternativa possibile al varo di un governo di scopo e al ritorno (quasi) immediato alle urne, che molto verosimilmente significherebbe riconsegnare il Paese a Berlusconi.

D’altronde, per il PD si tratterebbe soltanto di non ripetere gli errori del proprio recente passato – non arrendersi all’evidenza dei fatti (non avere una maggioranza o peggio averne una con cui, comunque, non si può governare) e rifiutare ostinatamente l’idea di un governo di unità nazionale – e coerentemente proseguire la stagione delle riforme avviata nell’ultimo anno, che almeno per ora ci ha salvato da un sicuro disastro, anche per merito del PD.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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