Ci ha lasciato Pietro Mennea, un uomo che ha saputo reinventarsi mille volte

di FEDERICO BRUSADELLI – Nel 1976 Pietro Mennea, pur avendo vinto due anni prima agli Europei di Roma l’oro nei 200 metri e l’argento nei 100, aveva deciso di non partecipare alle Olimpiadi di Montréal. Non si sentiva pronto, non si sentiva abbastanza in forma. Ci fu una mezza sollevazione popolare: il Paese aveva bisogno di eroi – e quando non ne ha avuto? – e poteva pescarli solo nello sport. La pressione fu forte e Mennea alla fine partì, seppur controvoglia. Aveva ragione lui, perché quella volta rimase fuori dal podio.

Fu quella una delle rare occasioni in cui “la Freccia del Sud” si piegò, si lasciò convincere. E il risultato lo convinse, forse, a non ripetere l’errore, accentuando un carattere solitario, spesso scontroso. Non era tipo da “facilonerie”, Mennea, non era un “piacione”, uno alla spasmodica ricerca del consenso e degli applausi a basso costo, uno che si vantava di parlare alla pancia del paese né di incarnarlo nella sua personalissima storia. Anche l’addio fu quasi una sfida, con se stesso e con il pubblico: a Seul, nel 1988, dove arrivò da portabandiera dell’Italia, scelse di uscire di scena dopo aver superato il primo turno dei 200 metri.Un momento di grandissima, laica malinconia”, scrive oggi Leonardo Coen sulla Repubblica.

E infatti lo ricordano tutti così, ora che se n’è andato a sessant’anni: cocciuto e solitario, con lo sguardo che sotto la rabbia, la convinzione di essere sempre in lotta contro il mondo lasciava intravedere una densa malinconia. Un asceta dello sport, interpretato sempre con ferocia, volontà, determinazione”, “un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza”, dice Livio Berruti, medaglia d’oro a Roma nel 1960 nonché suo rivale storico. “Un uomo che con la sua tenacia e la sua caparbietà ha fatto dei risultati eccezionali”, per Sara Simeoni, oro a Mosca. Per tutti, anche, il rappresentante di un’atletica pulita, l’anticipatore di una battaglia, quella contro il doping, che avrebbe poi travolto lo sport italiano e non solo.

Il record mondiale agguantato a Città del Messico nel 1979 e conservato per diciassette anni è solo una delle tappe, certamente la più importante, della sua corsa “contro”. E quando Micheal Johnson gli strappò il primato lui era già altrove, era già impegnato in altre battaglie: prende quattro lauree, diventa avvocato e poi docente di “legislazione europea delle attività motorie e sportive” all’Università di Pescara-Chieti. E poi dirigente sportivo (la Salernitana, nel 1998-1999). E poi ancora la politica, con l’elezione all’Europarlamento nel 1999, sotto il simbolo dell’asinello de “i Democratici” e nel gruppo dei lib-dem, e il passaggio, tre anni dopo, a Forza Italia e al Ppe, con una sfortunata candidatura a sindaco della sua città, arenata al primo turno. E l’impegno sociale, con la onlus “Fondazione Pietro Mennea”, messa in piedi assieme alla moglie, l’avvocatessa Manuela Olivieri, con l’obiettivo di promuovere la ricerca scientifica e il sostegno alle associazioni culturali e sportive.

È un po’ facile, ma efficace, trovare il filo conduttore dell’avventura, anzi delle tante avventure, di Pietro Mennea in una profonda e costante voglia di riscatto. Il ragazzo del Sud che a Barletta sfida le Alfa Romeo in corsa per fare qualche soldo, l’italiano che sfida le star dell’atletica mondiale, lo sportivo che si fa professore… Ma è un riscatto perseguito in maniera molto atipica, poco italiana. Senza il vittimismo simpatico e paraculo, senza la retorica del piagnisteo, ma anche allergico alla prosopopea dell’onore nazionale e dell’orgoglio ritrovato. Un riscatto solitario. Più praticato che annunciato e “raccontato”.

E in un paese in cui ancora vince il chiagni e fotti, in cui ancora conta “di chi sei” e non “chi sei”, in cui imperversano vecchie cricche e nuovi sciami, non ci farà certo male ricordare e celebrare – magari con qualche scivolata agiografica, che a lui non sarebbe piaciuta – un uomo che ha scelto, vincendo quasi sempre, di correre da solo.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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