– Con una decisione che ha del clamoroso, il Ministero degli Esteri italiano ha deciso di tornare sui suoi passi e inviare nuovamente in India Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri della Marina ormai celeberrimi, accusati dell’uccisione di due pescatori (molto) a largo delle coste del Kerala.

Tralasciando i fatti incriminati, che oramai sono piuttosto noti, la cronaca recente ci porta all’11 marzo, giorno in cui il Ministro Terzi dichiara, tramite una nota scritta, che i due marò non sarebbero rientrati in India «stante la formale instaurazione di una controversia internazionale tra i due Stati». Susseguentemente a questo, la Corte Suprema indiana ha imposto all’ambasciatore italiano di non lasciare il paese, essendo venuto meno alla parola data quando ha garantito – in una lettera richiesta esplicitamente dalla stessa Corte – che i due militari avrebbero fatto ritorno in India dopo il permesso di 4 settimane, concessogli per le elezioni politiche. Onde poter sbloccare l’impasse diplomatico, allora, il governo italiano ieri ha deciso di dare ascolto alle ragioni indiane  dopo aver ricevuto «l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali». In sostanza, il governo indiano avrebbe dato la propria parola che i due fucilieri non subiranno alcuna condanna a morte e potranno risiedere nell’ambasciata italiana.

Non è chiaro come il governo dell’India, Stato in cui il potere giudiziario è estremamente forte, possa effettivamente impedire l’esecuzione di un’eventuale condanna a morte, come non è chiaro il clima in cui si svolgerà il processo ai due marò, dal momento che abbiamo ancora davanti agli occhi le manifestazioni di protesta dei giorni scorsi. La nota del governo indiano, dunque, non è stata poi così rassicurante. I fucilieri, comunque, staranno per ora nell’ambasciata italiana e, quindi, saranno a piede relativamente libero («potranno andare anche al ristorante») inquadrati, a detta del sottosegretario Steffan De Mistura, come funzionari diplomatici.

Il passo indietro, comunque, oltre ad aver scatenato prevedibili critiche da destra, ha sconcertato in generale l’opinione pubblica la quale, pur lontana dall’estrema “proceduralità” del diritto internazionale, ha visto la mossa di Terzi come una sostanziale auto-critica se non un vero e proprio schiaffo all’onorabilità dell’Italia o, comunque, un segnale di estrema debolezza diplomatica. L’Italia, infatti, con questa mossa ha sostanzialmente dichiarato conclusa la controversia internazionale sollevata due settimane fa e ha lasciato la possibilità di un arbitrato internazionale ai propri meri auspici. Il tutto mentre i due interessati hanno dovuto subire la cocente delusione di dover rientrare in India, nonostante fossero stati rassicurati di essere sostanzialmente fuori pericolo, poiché è decisamente meglio un’indagine per violata consegna in Italia che non per omicidio volontario in India.

In effetti, per come si era evoluta la situazione sino a due giorni fa, il “caso marò” sembrava giunto a un punto di non ritorno, per cui l’unica soluzione sarebbe stata l’arbitrato. Da un lato si aveva, da parte di Roma, il rebus sic stantibus per cui oramai i due fucilieri erano in Italia; dall’altro, da parte di New Delhi, si aveva sia l’enorme nebulosità delle procedure giudiziarie, sia il fatto che la decisione di limitare l’immunità diplomatica del nostro ambasciatore Mancini fosse totalmente inaudita. La politica, insomma, avrebbe trovato enorme spazio di manovra.

Il muro contro muro, ad ogni modo, non aveva trovato sponda diplomatica con nessun partner internazionale, men che meno con l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea Catherine Ashton che si è limitata a un richiamo generico sul dovere di tutti di rispettare la Convenzione di Vienna. Posizione, quella dell’Unione Europea, che sostanzialmente non stupisce nessuno, vista l’attuale irrilevanza diplomatica della Ashton che sintetizza perfettamente il momento di crisi dell’Unione Europea.

Ma questa situazione si sarebbe rivelata un banco di prova diplomatico di prim’ordine per uno Stato come quello italiano, solitamente di secondo piano sul piano internazionale e che da circa trent’anni annaspa e non riesce ad assurgere al rango di potenza mondiale, vista la sua politica internazionale incoerente e scoordinata. Oggi, ne abbiamo avuto una riprova.