Cipro, l’ennesimo caso in cui il paternalismo moralizzatore non funzionerà

– Gli occhi d’Europa in questi giorni sono tutti sulla questione della crisi finanziaria cipriota. I paesi dell’Eurogruppo si sono offerti di finanziare il bailout, chiedendo, come contropartita, che anche Cipro metta una parte dei soldi – da reperirsi attraverso un prelievo forzoso sui conti correnti. La patrimoniale prevista dovrebbe aggirarsi intorno al 10% per i conti superiori ai 100 mila dollari, ma potrebbe essere elevata anche al 15% se, rispetto al piano originario, sarà resa più progressiva.

Le conseguenze di questa drammatica stretta fiscale potrebbero essere devastanti, innescando una fuga di capitali, in primis di quelli russi. Anche se la chiusura delle banche dovesse impedire la fuoriuscita del denaro prima dell’applicazione della tassa, la rottura del rapporto fiduciario con gli investitori renderebbe comunque probabile lo scenario di un fuggi fuggi ex post. Per di più, uno dei rischi, è che l’UE imponga, per il futuro, politiche di armonizzazione fiscale che andrebbero a compromettere la posizione di Cipro come piazza finanziaria appetibile per capitali esteri, che poi è stato proprio il fattore chiave della relativa fortuna dell’isola negli ultimi anni.

Accettando le condizioni del bailout, Cipro entrerebbe con tutta probabilità in una spirale recessiva difficilmente reversibile. Significherebbe rinunciare a una propria praticabilità economica, per consegnare il proprio futuro a indefiniti trasferimenti assistenziali dai paesi più ricchi dell’Unione.

Al tempo stesso, tuttavia, anche le alternative che ha davanti il governo cipriota non appaiono più promettenti. A meno di non trovare qualche altro sponsor più “generoso” per il bailout – come la Russia o horribile dictu la Turchia – la strada autarchica appare quella dell’uscita dall’Euro e della svalutazione. Tuttavia, le conseguenze di una simile scelta sarebbero ugualmente molto gravi per la tenuta dell’economia dell’isola. Evidentemente, anche in questo caso, è forte il rischio di fuga di capitali e di collasso del sistema bancario.

Quindi, il destino di Cipro sembra cupo sia nel caso in cui il piano proposto dall’Eurogruppo venga recepito nella sostanza, sia nel caso in cui l’isola provi ad inventarsi una propria soluzione alla crisi che prescinda dal supporto dei partner dell’Eurozona. C’è tuttavia una differenza non da poco tra lo scenario di un collasso economico accompagnato dall’UE e lo scenario di un collasso economico a cui Cipro addivenga “con mezzi propri”. La differenza è che nel primo caso i politici e gli elettori ciprioti non avrebbero dubbi su a chi dare la colpa: il risentimento nazionalista e xenofobo contro l’Europa, in particolare la Germania, sarebbe il lavacro di qualsiasi responsabilità propria.

Nei fatti, politiche di rigore possono avere successo solamente se nascono da uno stimolo interno, da un effettiva presa di coscienza che gli equilibri politico-economici del passato non sono più sostenibili. I paesi dell’Europa dell’Est sono stati in grado di implementare nei primi anni ’90 riforme economiche radicali dagli evidenti costi sociali immediati, non perché lo imponesse l’Ovest, ma perché la gente di quei paesi aveva compreso che tali riforme rappresentavano l’unica possibile strada di rilancio economico. Al contrario, politiche di risanamento “eterodirette” non hanno alcuna realistica possibilità di successo, in quanto evidentemente regalano un vantaggio competitivo fondamentale alle opposizioni populiste che possono intestarsi la difesa dell’interesse nazionale contro le prevaricazioni straniere.

Così come il vecchio colonialismo, anche quando amministrato in modo illuminato, ha preparato nella maggior parte dei casi il terreno a “rivoluzioni” populiste e antioccidentali, anche l’illusione della Germania e di altri Paesi “virtuosi” di “civilizzare” e “moralizzare” il resto d’Europa è destinata a produrre esiti imprevisti e indesiderati. Per di più, il prezzo che l’Europa del Nord dovrà pagare per ingerire negli affari economici dei Paesi periferici è anche quello di accondiscendere a onerosi trasferimenti redistribuitivi, da cui nel tempo potrebbe divenire sempre più difficile chiamarsi fuori.

Tra i maggiori politici europei, forse solo David Cameron ha inquadrato correttamente come l’esito dell’Europa politica sarà quello di accrescere tensioni e risentimenti tra i popoli europei, in virtù dei conflitti generati dalla mutua interferenza politica. Come il premier britannico ha bene illustrato nel “discorso sull’Europa” dello scorso gennaio, lo scenario che si prefigura all’orizzonte è quello che i cittadini di alcuni Paesi si sentiranno sempre più “oppressi” da chi impone loro l’austerity, mentre i cittadini di altri Paesi si sentiranno altrettanto frustrati dal fatto che i soldi per le loro tasse vengano usati per ripianare il bilancio di Stati lontani.

In definitiva, il “paternalismo” non sembra la soluzione più convincente per gestire la situazione dei Paesi europei in difficoltà. Se vogliamo preservare il concetto di Europa, non come unione politica, ma per lo meno come area di pace e libero scambio, è molto meglio, in definitiva, scegliere la strada di una piena responsabilizzazione degli elettorati e delle classi politiche.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Cipro, l’ennesimo caso in cui il paternalismo moralizzatore non funzionerà”

  1. creonte scrive:

    non è paternalista l’Europa, ma infantile Cipro

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