L’Italia che scoraggia gli investimenti diretti esteri

– Più la crisi si aggrava e più dilagano rappresentazioni degli investimenti diretti esteri lontane dalla realtà. Si passa allegramente dal rappresentare l’investitore come il beone americano pronto a comprare sull’unghia la “Fontana di Trevi” come nei film di Totò , all’avvoltoio senza scrupoli pronto ad azzannare le aziende tricolori ormai allo stremo, come emerge da alcuni articoli di stampa che estremizzano le considerazioni dei nostri servizi segreti al parlamento.

E’ ovvio che esistono anche questi tipi di investitori, ma si tratta di esempi estremi di una realtà ben più complessa, composta per la gran parte da normalissimi imprenditori, nè ingenui e nè pescecani.

Cominciamo con eliminare una pericolosa illusione: gli investitori diretti esteri non sono così ingenui dal  far confluire  “a scatola chiusa” somme considerevoli nelle compagini aziendali nostrane  senza una accurata due diligence preventiva, senza adeguate garanzie sulla effettiva possibilità di farsi valere nei consigli di amministrazione e senza una approfondita valutazione delle implicazioni fiscali connesse all’investimento diretto e la possibilità di disinvestire se lo ritenesse necessario. Gli stranieri in generale, quindi non solo i grossi investitori, sono ben coscienti dello stato dei conti pubblici in Italia.

Qualche mese addietro mi sono complimentato con un ristoratore egiziano che aveva appena aperto una pizzeria/kebab e gli ho chiesto se era interessato a richiedere la cittadinanza italiana. Mi ha ghiacciato con questa battuta «perchè dovrei prendermi sulle spalle 30000 euro di debiti?»

A parte l’inesattezza concettuale di confondere il cittadino con il contribuente, anche non cittadino, ma che tuttavia paga le tasse per via della residenza, resta anche nel più piccolo imprenditore straniero, che sia cinese, egiziano e altro da una parte l’interesse ad integrarsi, ad avviare un’attività economica in Italia, ma anche l’esigenza di lasciarsi una via di “fuga” di ritorno in patria in caso di aggravarsi della crisi. Con conseguente rifiuto di richiesta della cittadinanza da parte di stranieri il cui stato di origine non permette la doppia nazionalità.

Altro luogo comune da superare è l’idea del torvo imprenditore estero pronto ad attaccare imprese allo stremo, per impadronirsi dei loro assets migliori, dei loro brevetti ecc per poi disfarsene perché comunque non è conveniente produrre in Italia.

L’investimento diretto estero non è volatile come lo sono gli investimenti puramente finanziari. Prevede una  lunga preparazione, l’invio sul posto di personale dopo un lunga selezione.

I costi del trasferimento all’estero sono molto alti, le aziende per evitare crisi di rigetto da parte di personale a lungo selezionato si rivolgono a imprese specializzate denominate società di relocation.

Il marchio antico di decenni, a volte di oltre cento anni, non si acquisisce per poi buttarlo nella spazzatura. Cosa mi interessa come consumatore finale se la Birra Peroni è stata comprata dai sudafricani della SABMiller plc, continuerò a chiedere un “peroncino” al bar o a sorseggiare una birra sarda Ichnusa insieme ad un pezzo di pane carasau e un formaggio pecorino isolano, perchè anche se la birra Ichnusa fa parte del gruppo multinazionale Heineken resta sempre nell’immaginazione collettiva un prodotto della Sardegna.

Mi ricordo che il Sole implacabile arroventava la Piramide della Luna nel sito archeologico  di Teotihuacan, dove un ragazzino messicano correva gridando incontro ai turisti e portando tra le braccia un cartone con stipati dentro ghiaccioli multicolori. La necessità di un ristoro ed un misto di simpatia e di consapevolezza che il ragazzino stava rischiando da un momento all’altro di veder liquefarsi tutto il suo capitale spingeva noi turisti a comprare i ghiaccioli, senza indugiare troppo sul prezzo o sui gusti. Pensate un pò se quel ragazzino invece di correre e di gridare a squarciagola avesse continuato a passeggiare tranquillamente, fermandosi di tanto in tanto a gustarsi uno dei ghiaccioli.

E quando un turista incuriosito ed accaldato gli si fosse avvicinato per chiedergli un gelato gli avesse risposto: …«no quello no, non è in vendita…si quello rosso lo può prendere ma deve comprare anche quei due verdi…ho visto che è appena sceso dalla piramide ed è molto sudato..per lei il gelato costerà di più…» e via dicendo. Quel ragazzino avrebbe venduto ben poco e tutto il suo capitale di lì a poco si sarebbe liquefatto, nell’indifferenza dei turisti…E se quei turisti fossero gli investitori diretti esteri? I “ghiaccioli” non vendibili ad investitori extracomunitari dovrebbero essere ben protetti dalla recente legge sulla “golden share” sui “Poteri speciali inerenti agli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni”. Che il prossimo governo si sbrighi ad emanare gli altri due decreti attuativi per fare chiarezza su una questione non risolta da decenni. Guardare questo commento del 1987 per credere.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

2 Responses to “L’Italia che scoraggia gli investimenti diretti esteri”

  1. Timesurfer scrive:

    Come come scusi?

    “Altro luogo comune da superare è l’idea del torvo imprenditore estero pronto ad attaccare imprese allo stremo, per impadronirsi dei loro assets migliori, dei loro brevetti ecc per poi disfarsene perché comunque non è conveniente produrre in Italia”.

    E’ esattamente quello che fanno. Prima comprano il MARCHIO e gli eventuali brevetti, poscia sbaraccano in Italia e spostano tutto all’estero.

    “Il marchio antico di decenni, a volte di oltre cento anni, non si acquisisce per poi buttarlo nella spazzatura”.

    Nella spazzatura no, visto che lo si è pagato. Si porta “solo” all’estero, armi e bagagli.

    Infatti, guarda caso, gli investitori stranieri hanno fatto incetta di marchi italiani sportivi storici tipo FILA e SERGIO TACCHINI (due a caso) e poi hanno chiuso tutto in Italia e spostato produzione e management all’estero. In Italia ci sono rimasti i magazzini di smistamento merci, quando ci sono.

    E questo per limitarsi SOLO al settore abbigliamento sportivo.

    Per inciso: la birra Ichnusa in lattina viene prodotta a Pollein, in VALLE D’AOSTA. Sardissima.

  2. Francamente non capisco il livore di Timesurfer, come ho scritto nell’articolo non ho escluso a priori che vi siano casi di investitori esteri che, una volta acquisiti i marchi italiani, spostano successivamente la produzione all’estero. Ho solo dichiarato che non sono la generalità.Oltretutto non è necessario essere investitori esteri per chiudere stabilimenti in Italia e trasferire la produzione all’estero o semplicemente chiudere, soffocati dalle tasse e dalla burocrazia.Quanto alla birra Ichnusa mi risulta che almeno le bottiglie vengono imbottigliate nello stabilimento di Assemini in provincia di Cagliari http://it.wikipedia.org/wiki/Birra_Ichnusa.

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