Il prendere o lasciare di Bersani. Il non-governo di una non-maggioranza o niente? Meglio niente

di CARMELO PALMA – In un Paese in cui ad essere “istituzionale” è il disordine e non il limite costitutivo del gioco politico e della sua disciplina morale, non c’è da stupirsi che la soluzione migliore, dalle parti del Nazareno, oggi appaia quella di un non-governo eccellente – di nomi indiscutibili, nel senso di politicamente insussistenti o esornativi –  con una non-maggioranza, eccedente il quorum legale grazie alle astensioni conquistate promettendo alla Lega, che teme le elezioni come la peste, una sponda romana stabile e al M5S – e a quella parte di elettorato “antagonista” acquartierato nella dependance parlamentare della Casaleggio Srl – la testa e la pelle del Caimano.

Tutto questo appare, prima che possibile, così doveroso, che dalle parti del Nazareno ancora non si capacitano della riluttanza di un Presidente della Repubblica “amico” a dar corso ad un piano che suggella l’alleanza tra il corpo del partito e la sua anima migrata sulle sponde anti-politiche, a coltivare la vecchia mitologia della “diversità morale” e a correre beata nelle praterie dell’onnipotentismo ideologico – si può avere tutto, la crescita e la decrescita, l’Europa e la lira, più spesa e meno tasse, basta volerlo, deciderlo e “votarlo”. E si può soprattutto far fuori Berlusconi, iniziando a privarlo giuridicamente del titolo politico che ancora gli elettori gli riconoscono e dell’eleggibilità che la stessa sinistra – con poche eccezioni – gli ha sempre riconosciuto, di fronte ad una legge tutt’altro che univoca nelle interpretazioni possibili e a una prassi democratica che in casi controversi fa ragionevolmente prevalere il rispetto del diritto di elettorato attivo e passivo sull’opportunismo leguleio e sull’utile politico del più forte (che, in questo caso, non è Berlusconi).

Dunque – si pensa al Nazareno – passi Grillo che fa il furbo e che traccheggia, tra un vaffanculo e l’altro, nella girandola dei portavoce designati che portano la voce del padrone e soprattutto i suoi silenzi. Passi pure la Lega, che deve paradossalmente difendere a Roma con la sinistra le posizioni conquistate al Nord contro la sinistra, ed è quindi più berlusconiana che mai, ma anche più disponibile a tutto, a fare e disfare, a mischiare le carte e a allungare il brodo, ma non a precipitare verso uno showdown elettorale ravvicinato, che potrebbe non avere conseguenze solo romane. Ma i cacadubbi sulla “scelta di campo”, No pasarán! O Bersani o morte. O il non-governo con Grillo e magari Maroni, o nessun governo.

Questa, almeno, è la posizione ufficiale. Poi certo tra un mal di pancia e l’altro e le perplessità di Renzi che verrebbe per primo “suicidato” da un ritorno alle urne segnato dalla rincorsa a sinistra del voto grillino, non si può dire che nel PD siano tutti d’accordo, né contenti della piega che hanno preso le cose. Che però questa sia l’ufficialità, che Bersani oggi andrà a sbattere sul muso del Capo dello Stato, già dice tutto della situazione e della confusione che regna nella testa e nel cuore di un partito che un ormai lungo apprendistato al governo e alla normalità democratica non ha reso (verrebbe da dire: purtroppo, e purtroppo per tutti) un partito emendato dalla macchia “post-comunista” e dunque in grado di vincere le elezioni e non solo di perderle o di pareggiarle.

Se le elezioni fossero finite come in teoria dovevano, oggi ci sarebbe un governo Bersani-Monti (e chissà quanto dovremo rimpiangerlo). Ma le elezioni sono andate altrimenti e quello che fino al 24 febbraio era il miglior governo possibile – oggettivamente migliore, anche se per niente ottimo – non è più possibile e neanche migliore, se costretto, come vorrebbe il PD, nella logica dell’esecutivo di minoranza al guinzaglio di Grillo. Monti e la delegazione di Scelta Civica ricevuta ieri al Quirinale hanno peraltro chiarito che, per quanto li riguarda, occorre sottrarre i 21 senatori montiani dal conto dei “disponibili” al gioco che Bersani vorrebbe fare al Senato. E ci aspettiamo anche che Napolitano oggi ricordi a Bersani che un governo non deve avere solo una maggioranza, ma deve anche essere un governo, con un’idea più o meno chiara di come procedere sui principali dossier economico-sociali e non un’allegra compagnia di giro, impegnata a soddisfare le paranoie psico-politiche di un elettorato vendicativo e svagato e a regolare finalmente i conti con Berlusconi.

L’alternativa al voto anticipatissimo – che non è affatto un rischio peggiore, né maggiore, di un governo che passasse un semestre a cazzeggiare rendicontando le caramelle – è solo un altro governo tecnico, con una compagine non dissimile da quella che ha sostenuto Monti e con un premier ovviamente diverso, in grado di rimettere ordine nelle priorità dell’Italia e di dare al Parlamento il tempo di rimettere ordine nelle angosce degli italiani, a partire da quelle sacrosante, ma politicamente marginali, sui cosiddetti costi della politica.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Il prendere o lasciare di Bersani. Il non-governo di una non-maggioranza o niente? Meglio niente”

  1. Lorenzo scrive:

    Scusa Carmelo, ma se non c’e’ riuscito Monti, quando i rendimenti dei titoli di stato erano vicini al 7%, perche’ ci dovrebbe riuscire qualcun altro ora ” con una compagine non dissimile da quella che ha sostenuto Monti…” a “…rimettere ordine nelle priorità dell’Italia e di dare al Parlamento il tempo di rimettere ordine nelle angosce degli italiani, a partire da quelle sacrosante, ma politicamente marginali, sui cosiddetti costi della politica”?
    Ne sarei felice, ma proprio non capisco chi e come potrebbe farlo.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Non so chi potrebbe farlo, Lorenzo, ma so che Monti non ce l’ha fatta fino in fondo perché la sua strana maggioranza, passata la nottata dello spread a quasi 600, si è emancipata dalla logica dell’emergenza (con che risultati, lo stiamo vedendo) e ha iniziato a dichiararsi riluttante a quanto poteva e sopratutto doveva. Comunque il problema non è il chi, penso. L’Italia ha ancora risorse civili spendibili, il problema è che non ha quasi più risorse politiche responsabili.

  3. marcello scrive:

    Non si deve fare il governissimo. Sarebbe l’ennesima volta che si risolleva Berlusconi invece di lasciarlo questa volta nel suo brodo. Si pensa che sia cambiato e che questa volta accetterà di reintrodurre il falso in bilancio? O accetterà quanto meno di combattere la corruzione, che molto più dell’art. 18 e delle spese sociali ha bloccato lo sviluppo dell’Italia e svuotato le casse dello stato?

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