Più si moltiplicano, giorno dopo giorno, i gesti piccoli o grandi con i quali Papa Francesco sta rivoluzionando l’immagine e la percezione del romano pontefice da parte dei fedeli e delle opinioni pubbliche mondiali, più crescono i tentativi, anche maldestri, di piegarne il messaggio e la figura alle proprie nostalgie ideologiche.

Le scarpe nere consumate, l’anello d’argento, la croce di ferro, il conto pagato all’hotel, il linguaggio semplice e popolare, la brevitas al posto della usuale concinnitas papalina, ossia tutto ciò che fa scattare nel popolo l’identificazione con un pastore che è uno di loro (“che ha il loro odore”) è invece il segno, per gli eterni “terzomondisti”, della rivincita della chiesa evangelica su quella curiale, della teologia della liberazione su quella tradizionale, della chiesa campione dei poveri contro quella che ama le stanze del potere.

È vero, c’è molta radicalità nei primi messaggi che Papa Francesco ha lanciato alla Chiesa e al mondo (come avevamo segnalato sarebbe avvenuto proprio su queste colonne) e la visione di una Chiesa che sta accanto ai più poveri, ai derelitti, agli emarginati, agli ultimi di questo mondo è già risuonata in tutte le omelie e i brevi saluti di Papa Francesco. Ma interpretare tutto ciò come una scelta di campo “contro” fa torto alla profondità del messaggio (nonostante la semplicità dell’eloquio) e soprattutto omette passaggi chiave dei discorsi del pontefice.

Si prenda, ad esempio, la prima omelia in assoluto, quella ai cardinali nella Sistina: dopo aver esortato a “camminare, edificare e confessare”, Francesco chiarisce con nettezza che “noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, non la Chiesa”. È questa la svolta radicale cui Francesco richiama la chiesa universale. Non una scelta di campo, ma il ritorno all’essenzialità della propria missione e della propria esistenza nella storia: confessare Gesù Cristo, annunciare il Vangelo.

L’accento sui poveri, sugli ultimi, sui deboli (non sulla povertà, sull’emarginazione o sull’esclusione sociale) è un accento sulle persone fisiche, non su categorie sociologiche o politiche. È un accento dettato da una sola urgenza: la credibilità dell’annuncio cristiano. Come può – sembra domandarsi il Papa – risuonare credibile l’annuncio che Dio è charitas (cioè amore per il destino di ogni uomo e dell’umanità), se questo abbraccio non arriva innanzitutto a coloro nei quali la ferita alla dignità umana è più evidente?

Con buona pace di tutta l’intelleghenzia radical-chic, la Chiesa di Francesco non è disposta ad accettare il ruolo residuale di “agenzia dei poveri”, esaltata e incensata ma irrilevante nella sfera pubblica. Al contrario, dimostra sin d’ora una pretesa che presto o tardi arriverà in urto con i soloni del pensiero post-moderno: annunciare a tutti gli uomini di buona volontà lo scandalo di un Dio presente nella storia degli uomini, dei popoli, delle nazioni. Annunciarla con l’umiltà di chi sa di essere solo uno strumento di questa divina charitas, ma con la determinazione di chi crede che se l’umanità perde il nesso con il trascendente, ogni uomo, ogni donna e l’intero creato ne perdono in dignità, verità e bellezza.

Può piacere o meno, questa “pretesa”. Di certo la sua radicalità è l’unica cosa che la rende interessante, stimolante e persino affascinante, soprattutto per la stanca, ripiegata e autoreferenziale civiltà occidentale.