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La crisi in Corea vista dagli Stati Uniti: come Washington prepara le proprie difese

Teoricamente, un conflitto fra le due coree potrebbe scoppiare da un minuto all’altro. Nessuno, ragionevolmente parlando, si aspetta che il Nord tenti una nuova avventura contro la Corea del Sud. Ma non prepararsi alla peggiore delle ipotesi sarebbe da irresponsabili. Dunque, gli Stati Uniti sono costretti a rivedere la loro strategia.

Di fronte a un regime così impenetrabile come quello nordcoreano, che ha dato prova di non essere affatto razionale, il classico contenimento non funziona più. Pyongyang ha dimostrato di ignorare l’isolamento della comunità internazionale e le sanzioni, di procedere con i suoi atti provocatori (un test missilistico ed uno nucleare nello spazio di un mese) nonostante gli avvertimenti del suo unico alleato, la Cina. D’altro canto è troppo tardi per pensare a misure preventive, perché le forze armate nordcoreane sono già dotate di armi atomiche e qualsiasi mossa troppo aggressiva (non solo un attacco militare, ma anche un embargo totale) potrebbe causare una guerra nucleare, con conseguenze inimmaginabili per le popolazioni della Corea del Sud e del Giappone.

Quindi gli Usa, a quasi trent’anni dall’annuncio delle “Guerre Stellari” di Ronald Reagan (23 marzo 1983), hanno rispolverato la vecchia idea di una forte difesa anti-missile (ABM). Da solo, uno scudo contro gli ordigni nordcoreani non è sufficiente a vincere una guerra. Ma rafforzerebbe enormemente il deterrente. Un deterrente è tale se è credibile e se induce il potenziale nemico a pensare che non vi siano possibilità di vittoria.

Lo scudo ABM risponde a entrambe le caratteristiche. È credibile, perché funziona. Lo hanno dimostrato le prove di sistemi anti-missile a corto raggio, nelle guerre recenti: i Patriot Pac-3 hanno abbattuto il 100% dei missili iracheni nella guerra del 2003; gli Iron Dome israeliani hanno intercettato la maggior parte (la percentuale è ancora da calcolare) dei razzi di Hamas. Per colpire missili a lungo raggio, come quelli che potrebbero essere usati dai nordcoreani, occorrono vettori più potenti, come i Gbi già dislocati in Alaska e California. Per quelli a medio raggio sarebbero sufficienti gli Standard 3, già in dotazione alle marine statunitense e giapponese nel Pacifico occidentale. Insomma: esiste la tecnologia per dissuadere i nordcoreani dal compiere un gesto estremo, suicida e omicida al tempo stesso. Un loro attacco verrebbe credibilmente parato e provocherebbe una risposta devastante. Sarebbe negata loro, non solo ogni possibilità di vittoria, ma anche ogni possibilità di infliggere danni irreparabili al nemico.

Non è un caso, dunque, che l’amministrazione Obama abbia deciso di orientarsi, da subito, in questo senso. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha annunciato che rafforzerà la difesa anti-missile a lungo raggio in Alaska, con l’installazione di 14 nuovi Gbi, che andranno ad aggiungersi agli attuali 30. È una decisione che va letta in prospettiva, non come una misura contingente. Per installare i nuovi sistemi, infatti, occorreranno almeno 3 anni. Si stima (e si spera) che i nordcoreani impieghino ancora più tempo prima di sviluppare una capacità missilistica tale da poter colpire con precisione bersagli negli Stati Uniti. Nel frattempo, i 30 Gbi in Alaska e gli Standard 3 già presenti nelle acque coreane, basterebbero a contrastare la minaccia attuale.

L’annuncio di Hagel va letto in prospettiva anche in chiave strategica: di fronte al pericolo di “Stati canaglia”, gli Usa rafforzeranno la difesa del loro territorio, come i Repubblicani chiedono da almeno due decenni e come George W. Bush stava iniziando a fare. Sembra una scelta scontata, ma non lo è. I Democratici (e Obama fra questi) sono infatti sempre stati molto scettici nei confronti di una difesa anti-missile del territorio statunitense e di quello degli alleati. E hanno fatto di tutto per tagliarne i programmi. Anche il nuovo programma per la difesa dell’Alaska è molto ridotto, appena il minimo indispensabile e comunque sempre inferiore a quello impostato da George W. Bush.

Perché tanta paura dello scudo ABM? Perché questa strategia viola il principio della “mutua distruzione assicurata” su cui si è sempre basato l’equilibrio fra le grandi potenze nucleari. Nel 1972, firmando il Trattato ABM, i presidenti di Usa e Urss Nixon e Brezhnev bandirono ufficialmente lo schieramento tutte le armi anti-missile (a eccezione di due siti, poi uno, a testa), proprio per rendere vulnerabile il proprio territorio a un attacco nemico. Non si trattava di un suicidio reciproco, ma di una reciproca dissuasione: “non pensare neppure a una guerra atomica”.

Reagan, che non si fidava affatto delle intenzioni sovietiche, lanciando la sua Strategic Defense Initiative (ribattezzata dai media “Guerre Stellari”), cercò di rilanciare la corsa agli armamenti in questo settore, dove Mosca era decisamente svantaggiata. Ma anch’egli dovette fare salti mortali diplomatici per non irritare i sovietici e per non violare la lettera del Trattato ABM. Reagan si limitò ad autorizzare un programma di ricerca: nessun nuovo sistema venne schierato dal 1983 al 1989. Quando George W. Bush si ritirò dal Trattato ABM, nel 2001, la Russia (che si considera erede dell’Urss) rimase in silenzio per cinque anni, ma iniziò ad alzare i toni bruscamente dopo che gli americani iniziarono a programmare lo spiegamento di uno scudo anti-missile in Europa centrale. E si iniziò a parlare di “nuova Guerra Fredda”, che tuttora è in corso.

Per rassicurare i russi, dunque, Obama deve sottrarre risorse da un fronte per rafforzarle su un altro. Ha deciso, sempre lo stesso scorso fine settimana, di ridurre il programma di difesa anti-missile in Europa, al fine di far apparire, agli occhi di Mosca, più innocuo quello avviato in Alaska. Ha abolito la Fase 4 della difesa europea, che prevedeva lo schieramento in Polonia (entro il 2020) degli Standard 3 IIB, capaci di abbattere anche i missili balistici intercontinentali. Ma i russi non si mostrano affatto rassicurati. Il viceministro degli Esteri russo, Sergej Rjabikov, ha dichiarato che l’abolizione della Fase 4 della difesa europea “non è una concessione alla Russia. O almeno, noi non la consideriamo tale. Le nostre obiezioni restano intatte”.

Insomma, difendersi dal pericolo di una Corea del Nord impazzita, comporta il rischio di far innervosire anche la Russia. È un gioco di equilibrio difficile, come sempre quando entrano in ballo le armi atomiche.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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