Boldrini e Grasso: due brave persone, elette per il motivo sbagliato

di DANIELE VENANZI – Mentre cresce l’apprensione dei mercati per le sorti di Cipro e il futuro dell’eurozona, l’Italia resta a guardare in attesa della formazione di un governo da presentare a Bruxelles. Nel frattempo, lo spread – ieri a 336 punti base – sembra crescere in maniera inversamente proporzionale alle speranze di formare un esecutivo in breve termine.

Tuttavia, in un contesto così delicato e con lo spettro di un probabile ritorno alle urne, entrambe le Camere sono riuscite nell’impresa di eleggere i rispettivi presidenti. Due elezioni, quelle di Laura Boldrini alla Camera e Pietro Grasso al Senato, dettate da una malcelata volontà del PD di affiancare ideologicamente la nutrita schiera di parlamentari 5 stelle, nel tentativo di instaurare un dialogo in vista delle consultazioni o provare – come effettivamente accaduto per l’elezione di Grasso – a spaccare in due il gruppo grillino, racimolando numeri preziosi per un eventuale voto di fiducia.

Laura Boldrini e Pietro Grasso sono persone di grande valore e indiscutibile professionalità, con un curriculum da far arrossire quanti, da troppo tempo, vivono esclusivamente di politica e denaro pubblico. Non è in discussione, dunque, la levatura umana dei due neofiti. Eppure, quel che lascia perplessi è la scelta da parte del PD di due personaggi accomunati da un visione un po’ naif e romantica della politica per rincorrere, in un certo modo, il paradigma grillino, in un momento in cui, al contrario, il paese necessiterebbe di quel pragmatismo che contraddistingue l’irreprensibile linea politica del capo dello Stato.

Si è giunti, così, all’elezione di due presidenze all’insegna della politica delle sane intenzioni e della retorica dei buoni sentimenti: la lotta alla mafia elevata a programma di governo più che strategia di guerra contro il crimine, la battaglia contro i costi della politica e i privilegi della casta adulata come ricetta economica per il rientro del debito pubblico, il richiamo alla Resistenza in funzione di collante sociale, come se l’antifascismo oggi servisse in qualche modo a garantire la coesione di un paese la cui unità è minacciata da drammi completamente diversi da quelli di settant’anni fa.

Sono, quelle elencate, condizioni moralmente necessarie ma politicamente del tutto insufficienti a rimettere in moto la macchina Italia. È questo, sostanzialmente, che accomuna i neoeletti presidenti e i parlamentari 5 stelle e che testimonia la sterzata grillina del centrosinistra: l’ingenuità e la mancanza di realismo nel credere che alcune proposte, per quanto giuste e insindacabili, possano fungere da panacea per la cura di ogni male da cui il paese è afflitto semplicemente perché ispirate da un ideale, di cui, certamente, non si discute la nobiltà.

Le tante misure di austerity annunciate ieri sera a Ballarò dai presidenti Boldrini e Grasso – compresa la lodevole riduzione del 30% della loro stessa remunerazione – fanno al caso nostro come esempio perfettamente calzante di quanto detto sopra: il solo fatto che alcune misure siano socialmente percepite come le più urgenti ed efficaci non basta a renderle tali. La politica e in generale tutto l’apparato burocratico e la pubblica amministrazione devono sottoporsi a una ferrea cura dimagrante perché la gola e l’avidità sono vizi che corrompono e contribuiscono al dilagare del malcostume, ma non è dal rinnovato “regime alimentare” del Leviatano che si riescono a ottenere tutte le risorse necessarie per abbattere il debito (quindi pagare meno interessi), liberare risorse per la crescita, alleggerire drasticamente il carico fiscale e porre le condizioni per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Per coadiuvare la politica delle sane intenzioni con la politica delle riforme improrogabili occorre la forza di un governo stabile e credibile, che intercetti la domanda di rinnovamento dell’elettorato con una seria riforma elettorale, piuttosto che con l’appiattimento sul paradigma culturale a 5 stelle verso cui soffia il vento. Quel governo non può che essere di larghe, larghissime intese.

Basterebbe – facile a dirsi – mettere da parte quel mediocre rancore che negli ultimi vent’anni è servito solamente a spaccare in due l’elettorato su questioni di scarso interesse politico e che ha fornito l’alibi perfetto, tanto ai guelfi quanto ai ghibellini, per non assumersi la responsabilità di riformare il paese prima che fosse troppo tardi, visto che per troppo tempo il consenso si è ottenuto aizzando la curva al tifo per l’accusa o per l’imputato. Nessun salvacondotto, ma un sincero disarmo bilaterale, che serva alla classe politica da prova generale per quando non ci saranno più escort, né processi con cui distogliere l’attenzione degli italiani dalle questioni più cogenti. Né attacchi alla magistratura, né accanimento giudiziario: riforma elettorale, elezione del presidente della Repubblica e di nuovo alle urne.

Occorre rinunciare al governo in solitaria da una parte e alle pretese di impunità dall’altra per avere salva la pelle degli italiani. L’alternativa allo scenario preconizzato sono le nuove elezioni a primavera, il criptofascismo della premiata ditta Grillo e Casaleggio prossimo al 50% e il rischio di contagio con Atene e Nicosia. Soprattutto, per riportare la questione a una dimensione di mero calcolo elettorale, comportarsi altrimenti potrebbe condurre i partiti tradizionali ad una disfatta da cui sarebbe estremamente difficile riprendersi. Magari, per una volta, nel fare la cosa giusta potrebbero guadagnarci tutti.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

Comments are closed.