Un ricordo di Marco Biagi, giurista di frontiera, caduto nella “guerra civile” sull’articolo 18

Marco Biagi fu “giustiziato” da un commando delle Brigate rosse il 19 marzo del 2002, sotto casa, mentre riponeva la bicicletta con cui era arrivato sotto il portico di Via Valdonica, dalla stazione di Bologna, dopo un’intera giornata trascorsa all’Università di Modena.

Marco e il sottoscritto si erano conosciuti nel 1974, avevano le medesima appartenenza politica (ambedue eravamo stati socialisti) e ci univa un legame di amicizia che si allargava alle famiglie. Basti pensare (tra i tanti episodi di lavoro comune) che l’ultimo atto di Marco fu la sottoscrizione (come terzo firmatario, dopo Brunetta e chi scrive) di un appello – predisposto da Renato Brunetta – di sostanziale sostegno alla politica del lavoro (compresa la revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) da parte del governo Berlusconi II.

L’appello fu pubblicato il venerdì precedente la sua morte (il 19 marzo in quell’anno cadde il martedì successivo). Eravamo nel bel mezzo della “guerra civile” sull’articolo 18. In quello stesso giorno, una delle riviste più diffuse (Panorama) aveva pubblicato gli stralci di un rapporto dei Servizi nel quale l’identikit di Marco spiccava a tutto tondo tra i possibili obiettivi del nuovo terrorismo. Come nelle grandi tragedie greche, anche quella personale di Marco ha avuto un’unità di tempo e di luogo.

La presa di posizione molto netta di Marco (allora infuriava la polemica sulle “libertà conculcate” in conseguenza di quella pur modesta modifica della disciplina del licenziamento) gli procurò (si vedano le lettere del suo carteggio) uno sgradevole rimbrotto, via mail, da parte di un giurista milanese (è bene precisare che non era Pietro Ichino, ma Stefano Liebman) suo amico da anni, perché si era reso disponibile ad appoggiare il governo Berlusconi. Marco rispose per le rime, ma quella fu l’ultima croce che dovette portare (era un sabato) prima che le BR lo uccidessero pochi giorni dopo.

Chi era Biagi?

Ma chi era Marco Biagi? E perché il suo pensiero è ancora tanto vivo? Perché, nel caso del professore bolognese non si è avverata la profezia di Giampaolo Pansa? Il grande giornalista e scrittore, in un editoriale pubblicato sul n. 14/2002 de L’Espresso (“Biagi, chi era costui?”) ripercorrendo la lunga sequenza dei morti ammazzati dal terrorismo rosso, i cui nomi troppo presto sono caduti nell’oblio, aveva preconizzato, con evidente rammarico, che la medesima sorte sarebbe toccata anche a Biagi.

Invece non è stato così. Da caduto sul campo dell’onore a Marco è stata riconosciuta quella statura culturale che non fece a tempo a ottenere da vivo. In fondo, la sua è stata la sorte che viene destinata ai precursori: le loro intuizioni incontrano pregiudizi e ostilità; poi, quando la realtà si incammina da sé lungo i sentieri indicati in anticipo gli osservatori onesti riscoprono il pensiero di chi aveva intravisto per primo quel percorso. Quelli disonesti (sono purtroppo la maggioranza) imputano ai precursori la responsabilità di quanto accade sotto i propri occhi, con il medesimo fervore degli imbecilli che si ostinano a fissare il dito e ignorano la luna.

Ma il problema del “chi era costui?” rimane, almeno per capire come abbia potuto diventare un punto di riferimento politico e scientifico (e, di converso, un nemico pubblico numero 1) un giovane professore pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno fino al momento in cui sotto quel porticato a due passi dalle Torri trovò ad aspettarlo la morte.

Un eroe civile

Marco Biagi muore a Bologna la sera del 19 marzo 2002 all’età di 51 anni, vittima di un attentato terroristico delle Brigate rosse”. Con queste essenziali parole termina il libro (Morte di un riformista, per i tipi di Marsilio) che l’allievo prediletto, Michele Tiraboschi, ha voluto dedicare al suo maestro nel primo anniversario della morte. La lettura di quel saggio è assolutamente indispensabile per chi volesse ripercorrere i cinquant’anni di esistenza di Biagi nei ricordi di un compagno di viaggio. Chi scrive non potrebbe sicuramente fare meglio di Tiraboschi, salvo che per un elementare dato di fatto, che dipende dal calendario e dall’età.

Il sodalizio tra Marco e Michele era iniziato nel 1990, quando il giovane neolaureato alla Statale di Milano si presentò al giovane professore per avere da lui consigli per il futuro. Nel suo libro Tiraboschi traccia quasi un diario degli anni vissuti a fianco del maestro, mettendo in evidenza non solo l’influenza che Biagi ha avuto nella sua formazione (e nella sua vita), ma anche le caratteristiche peculiari del professore. Marco non aveva la stoffa del teorico (lo ha ammesso anche Luigi Montuschi, il suo vero padre nobile, in una lezione alla sede distaccata di Ravenna): lo studio del diritto comparato divenne, così, anche un modo per trovare uno spazio autonomo in quel mondo accademico che non sempre gli fu amico, proprio perché considerava figlio di un dio minore il metodo della comparazione. Non accorgendosi, però, quello stesso mondo, un po’ saccente e presuntuoso, di avere esaurito le fonti a cui ispirare i propri studi.

Il modello sociale a cui si era riferito per decenni il diritto del lavoro era rimasto, tuttavia, il medesimo di sempre: il lavoratore dipendente dell’impresa medio-grande, coperto dalla contrattazione collettiva e dai relativi diritti. In sostanza, il classico contraente debole di un rapporto giuridico costellato di norme inderogabili e irrinunciabili, inserito in un assetto contrattuale in cui sono ammesse soltanto la clausole di miglior favore, non anche le deroghe, se non in casi limitati e fortemente presidiati dai sindacati. La realtà, invece, percorreva altre strade. I giuristi del lavoro tradizionali avevano elaborato le loro teorie in un contesto economico e produttivo ritenuto stabile, anzi immodificabile, come se la crescita fosse ininterrotta. Non si erano mai posti il problema di come contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro, ma soltanto di regolare il lavoro che comunque ci sarebbe stato e di redistribuire le risorse a favore dei lavoratori.

Poi la macchina si era inceppata. E quel sistema di garanzie e di diritti che la cultura giuridica si era affannata a orientare e a definire compiutamente si palesava sempre più come un ostacolo all’ulteriore sviluppo dell’economia e all’accesso nel mercato del lavoro delle giovani generazioni. In tutta Europa, i Governi si erano messi alla ricerca di soluzioni idonee a sbloccare il fenomeno, o meglio il dramma, della disoccupazione giovanile nel solo modo possibile: garantendo alle imprese agevolazioni per le assunzioni di giovani, medianti riduzioni del costo del lavoro e l’introduzione di misure di flessibilità in entrata e in uscita dal rapporto di lavoro. A una nuova generazione di giuristi – coetanei di Marco – fu chiesto di aiutare i Governi a trovare delle soluzioni pratiche e a corredarle di un impianto giuridico trasparente e sostenibile. Alcuni risposero “presente”, altri restarono a baloccarsi con i fantasmi di un mondo dei diritti ossificati nell’ideologia.

Alla realizzazione di tale compito d’innovazione, divenne prezioso lo studio del diritto comparato a cui Marco si era dedicato con largo anticipo e con lungimirante capacità di previsione. Le politiche del lavoro divenivano così un tutt’uno con le buone pratiche messe a punto in un paese, sulla base delle situazioni oggettive riscontrate e verificate nei confronti realizzati tra diversi paesi. Con la metodologia del coordinamento aperto, a livello dell’Unione europea, si riusciva così ad affrontare, con il massimo possibile di intento comune, l’armonizzazione delle politiche dell’occupazione e di quelle sociali.

Una nuova generazione di giuristi europei

Nasceva così quella nuova generazione di comparatisti di cui parla Tiraboschi nel suo libro: un vero e proprio network disseminato nelle Università e nelle Istituzioni europee, che comunicava in inglese via internet. La forza di questi nuovi giuristi stava proprio nella loro capacità di dialogo e di confronto, attraverso la comunicazione e lo studio delle esperienze dei rispettivi Paesi. Cittadini del mondo, in una accademia presuntuosa e provinciale come la nostra, portavano, quanto meno, il vento dell’informazione, ma erano guardati con sospetto da una cultura giuridica incartapecorita, che prestava una facile copertura – con la retorica dei diritti – a un establishment politico e sindacale non disposto a rinunciare alle proprie certezze e pronto soltanto a rinchiudersi nel fortilizio di un sistema di garanzie sempre più insostenibile e destinato a un numero decrescente di lavoratori.

Queste considerazioni spiegano, dunque, quanto grande sia la povertà intellettuale (e morale) dei giuslavoristi conservatori, i quali fingono di non capire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole e che le soluzioni adottate in Italia nel decennio dell’innovazione legislativa del lavoro furono soltanto delle applicazioni – o al massimo degli adattamenti – di esperienze ripetute in altre realtà nazionali, come tali attentamente monitorate nei loro effetti concreti, considerati validi o meno a seconda dei risultati conseguiti nel creare nuova occupazione. Si trattava di individuare le buone pratiche affermatesi nei diversi contesti nazionali o anche regionali, approfondendone le potenzialità e i fattori di successo, per riflettere in termini di possibile trasposizione in altri contesti.

Marco Biagi non esitò a divenire un giurista di frontiera, attento a quanto si muoveva nel limbo dei nuovi rapporti di lavoro. Mentre i suoi colleghi contrassegnavano le aree grigie del mercato del lavoro con la classica scritta hic sunt leones, Marco parlava apertamente di diritto dei disoccupati cioè di “quella fragile trama normativa esistente per coloro che non hanno ancora un lavoro, che lo hanno perso o che sono occupati nell’economia sommersa“, fino a spingersi a varcare il confine della flessibilità normata, nella consapevolezza che il primo dovere del giurista è di portare la regola laddove non esiste: una regola che serva alla società reale e che non pretenda di fare il contrario, di costringere cioè i processi fattuali a sottoporsi a norme insostenibili e perciò condannate ed essere violate, neglette o eluse.

Ecco, questo era il mio indimenticabile amico, assassinato il 19 marzo di undici anni fa, mentre era al servizio di uno Stato che non fu capace di difenderlo. Ma ucciso di nuovo cento altre volte dal settarismo delle ideologie malate, dall’odio implacabile di chi sa vivere soltanto di questo sentimento. Ma fino a quando i suoi amici avranno la forza e il coraggio di sfidare l’arroganza e di servire la verità, Marco continuerà a vivere tra di noi. Perché non muore chi continua a vivere nelle opere.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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