Perchè è inevitabile che i ciprioti paghino il conto. E perchè noi dovremmo mettere fieno in cascina.

di PIERCAMILLO FALASCA – Ci sono controversie politiche in cui i belligeranti hanno tutti torto. Ha torto il governo cipriota che lamenta il “ricatto” cui sarebbe stato vittima da parte della UE, ma non sottolinea a sufficienza le proprie enormi responsabilità negli anni passati e soprattutto il tentativo degli ultimi giorni di salvare capra (la tenuta del sistema bancario) e cavoli (il ruolo di paradiso fiscale in terra europea). E hanno torto le autorità comunitarie e il FMI nell’aver gestito goffamente l’intera vicenda, provocando un cataclisma finanziario, un ulteriore deterioramento dell’immagine delle istituzioni di Bruxelles di cui non si sentiva affatto il bisogno e l’inasprirsi dei rapporti con la Russia.

Come sottolinea Mario Seminerio con un articolo molto dettagliato su Phastidio.net, non c’erano molte alternative al prelievo forzoso: pare tuttavia dalle ricostruzioni giornalistiche del Financial Times che l’estensione del prelievo ai conti di entità inferiore ai 100mila euro sia stata una scelta del governo cipriota di Nicos Anastasiades e dei funzionari della Commissione UE, essendo i governi europei (quello tedesco in primis) sostanzialmente “agnostici” rispetto alla distribuzione del prelievo. Una volta che Anastasiades ha fissato il limite del 10 per cento per il prelievo sui conti sopra i 100mila euro, l’entità del prelievo sui conti sotto la soglia era matematicamente data, a parità di gettito previsto. Si è trattato di un errore di valutazione imperdonabile: il ruolo di Cipro come centro finanziario (per i capitali russi, britannici e non solo) è comunque irrimediabilmente compromesso, quale che sia il prelievo sopra la soglia dei 100mila euro; tanto valeva fissare subito al 15 o al 20 per cento l’aliquota per il prelievo e ridurre il più possibile il danno ai piccoli risparmiatori, ponendo eventualmente una soglia di esenzione totale intorno ai 10mila o 20 mila euro. Comunque vada, qualunque sia la decisione delle autorità cipriote, il paese ne uscirà a pezzi. Il tentativo di costruirsi un paradiso bancario all’interno di una complessa e variegata unione monetaria si è purtroppo rivelato una illusione fatale.

E’ illuminante, per meglio comprendere la vicenda, quanto scrive Michele Boldrin sul suo profilo Facebook: “In realtà Cipro insegna proprio che la competizione, sia fiscale che bancaria, va regolata all’interno di una Unione monetaria e politica quale la UE, pena gravissimi fenomeni di free riding che, in assenza di regolazione, finiscono per essere pagati da tutti. In particolare, coloro che gridano contro il bail-in non sembrano intendere che una tassa maggiore a Cipro vuol dire una tassa minore nel resto d’Europa, Italia compresa!”.  Il moral hazard attuato da Cipro non è certamente colpa del piccolo risparmiatore e contribuente di Nicosia o di Lemesos: in democrazia esiste tuttavia una responsabilità oggettiva degli elettori nei confronti degli eletti e qualcuno il conto dovrà pagarlo. I contribuenti del resto d’Europa, peraltro, sono ancora meno responsabili.

La domanda da porsi è ora la seguente: può accadere anche da noi, o in Spagna, Irlanda, Portogallo? Si è infranto definitivamente un tabù? Con bilanci pubblici ormai esangui, dove trovare le risorse necessarie a chiudere le voragini finanziarie che si aprono nei sistemi bancari nazionali? Ha forse ragione Jorg Kramer, capo-economista della Commerzbank, quando dice che l’Italia dovrebbe rapidamente pensare ad una imposta una tantum del 15 per cento sui patrimoni finanziari, in modo da abbattere robustamente il suo debito pubblico e restituire margini di manovra alla politica fiscale? Ricordando sempre che lo “sdoganamento” del patrimonio dei privati come garanzia del debito pubblico era baluardo retorico e negoziale del governo guidato da Silvio Berlusconi e del suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ciò che farebbe ora un Paese responsabile sarebbe mettere fieno in cascina, con un piano quanto più rapido possibile di alienazione di patrimonio pubblico. Sta arrivando l’inverno, altro che primavera.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Perchè è inevitabile che i ciprioti paghino il conto. E perchè noi dovremmo mettere fieno in cascina.”

  1. jolly green scrive:

    E’ semplicemente vergognoso continuare a spostare l’attenzione dal motivo principale della crisi, ovvero il debito privato estero, ovvero l’EURO. Anche Seminerio, “dopo aver sfogliato la margherita” scopre che, per salvare le BANCHE private, bisogna togliere i soldi alla gente. Prima, cosa e’ stato fatto in termini di sorveglianza? e, soprattutto, chi sara’ il prossimo? cosa stanno facendo le “istituzioni” europee per impedire che il problema si ripeti daccapo (Slovenia?).

  2. iustitia scrive:

    in rete ho potuto osservare i comunisti italioti che pur di difendere Bersani, difendono i fascisti filonazisti tedeschi, intanto in Germania guadagnano 3000 euro al mese, e nei negozi la roba costa la metà che in Italia… un motivo ci sarà…. qualche crucco sta rubando…

  3. Andrea B. scrive:

    Se Cipro ha sbagliato paghi da sola…cioè veda il suo governo e decidano loro il da farsi.
    Perchè come contribuente italiano ne ho già abbastanza di quello che mi fanno pagare e come “europeo”, se la parola ha ancora un qualche significato, non mi voglio rendere responsabile, nè avvallare, in nome della UE, del’ euro, della BCE (e dei potentati finaziari che fanno gli interssi loro e non di certo dei miei) di nessun FURTO ai danni dei ciprioti e di altri che hanno portato i propri soldi da quelle parti.

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